Lu Nanni Orcu e lu Cunto dell’Huerco

  di Giovanni Greco
fantasy

LU NANNI ORCU

Li cunti erano i racconti che si narravano ai bambini in forme e formule narrative dialettali, che iniziavano con il più classico “Nc’era na fiata” … come accadeva  per quelle de la manu niura e de lu mau-mau, chissà quante volte sarà stata raccontata quella del terribile “Nanni Orcu” – letteralmente: Nonno Orco. E’ una figura tipica del folclore pugliese e in particolare salentino, come ricordano gli anziani che narravano a tutti i bambini le storie incantate degli orchi  di un tempo magico. La leggenda faceva abitare quest’orco nelle grotte, alto come due uomini, puzzolente, dalla pelle dura come corteccia e mossa da un solo istinto: fame di carne umana e in particolar modo quella tenera e gustosa dei bambini e delle fanciulle. Era inquietante anche perchè, poteva infilarsi in casa di notte e lo si poteva incontrare nelle campagne alla ricerca di cibo. Questa figura de Lu Nanni Orcu ca ie suttaterra (che vive sottoterra) e ca se mangia le beddhre piccinne (che mangia le belle fanciulle), la si ritrova narrata nelle favole qua e la nel Salento e in un arco temporale verosimilmente vasto, a voler popolare le varie sfere di ambientazioni bucoliche e della fantasia popolare e contadina. 

Lo si ritrova abitare nei pressi della «Collina delle Ninfe e dei Fanciulli» “la Stonehenge megalitica d’Italia” a ridosso del Parco dei Paduli con i suoi blocchi monolitici preistorici di Giuggianello (noti come “massi della vecchia“) luogo ricco di miti classici e leggende popolari. Li si raccontava, di una vecchia strega del paese (la “striara”), che era la moglie de lu Nanni Orcu, e qui il nostro orco era anche il signore degli animali; ma anche decideva delle sorti del raccolto dei contadini.
Quando lo si incontrava c’erano due modi per salvarsi. Si poteva usare o la polvere di papavero arcobaleno o solleticarlo. La polvere di papavero arcobaleno (pianta rara) serviva per spruzzargliela in faccia. In tal modo avrebbe starnutito per un pò e il malcapitato avrebbe avuto il tempo per fuggire. Il secondo modo per sfuggire alle sue grinfie consisteva nel solleticarlo ma esclusivamente con una penna di “picalò”, una gazza ladra detta “ballerina”. In tal modo Nani Orcu si sarebbe messo a ridere talmente tanto che, anche in questo caso il malcapitato avrebbe avuto tutto il tempo per scappare. Ma per avere effetto del suo potere, la penna doveva essere presa (o meglio) strappata dal “picalò” vivo, essendo però questo un uccello anche molto raro e difficile da catturare. Pertanto, si dice che, per salvare dal triste destino coloro i quali avessero incontrato il temibile Nanni Orcu, i contadini avessero posto accanto ai menhir della Collina delle Ninfe e dei Fanciulli un sacchetto contenente sia la magica polvere di papavero sia la piuma del rarissimo picalò.

Essendo un orco, lo si descriveva alto, grande e grosso, forse più alto degli alberi d’ulivo, coi capelli lucenti come la criniera dei cavalli neri e due mani enormi … con un passo pesante che tutta la terra tremava. Talvolta Nanni Orcu avrà esordito con un bel : “Qui c’è odore di carne umana!”. Oppure avrò fatto dono di un ciuccio, come dice un’altra favola sull’Orco Nanni :«Ari-ari, ciuco mio, butta danari!». Infatti altre volte è descritto come un Orco benevolo, come lo descriveva P. Pellizzari (1880-1881) ne “Lo studente Magliese”, n. 4, pp 4-7; n. 6, pp. 4-5. : “l’orco benevolo regala a uno sventato una mazza, una salvietta e un asino; la prima da botte e la seconda imbandisce tavola, automaticamente; il terzo caca turnisi (sfecia denari)“.

Lu Nanni Orcu è quindi una fiaba della Terra d’Otranto che rientra nella tradizione della letteratura popolare, quella cioè che sovente veniva tramandata oralmente. Gli svariati temi del folklore del Salento avranno sicuramente inciso in una progressiva variazione o sfumatura della stessa favola, ossia le favole, passando di oratore in oratore, hanno mutato dettagli, nomi, luoghi, subendo delle evoluzioni proprio perchè dettate da un certo libero arbitrio del narratore.

Dalle mie ricerche, pare che la favola dell’Orco Nanni deve essere stata sviluppata in seguito alla pubblicazione del Lo cunto de li cunti noto come “Pentamerone” di metà del ‘600 (una raccolta di 50 favole in dialetto napoletano), nel quale è contenuta la favola “Cunto dell’Huerco“. Ne Lo Cunto de li cunti, anche meglio descritto nella favola “LE TRE FATE”, veniva descritto un orco che “era n’Huerco, lo quale haveva li capille, che comme à setole de Puorco nigre, nigre, arrivavano fi a l’ossa pezzella: la fronte ’ncrespata, ch’ogne chiega ncrespata pareva surco fatto da lo vommaro, le ciglia ’ngricchate, e pelose, l’huocchie gaize, e trasute ’nintro, e chiene de comme se chiamma, che parevano poteche lorde sotto doi gran pennate de parpetole: la vocca storta, e bavosa, da la quale spontavano doi sanne comme à Puorco sarvateco: lo pietto vrognioluso, e ’muoscato de pile, che ne potive ’nchire no matarazzo, e sopra tutto era auto de scartiello, granne de panza, sottile de gamma, stuorto de pede, che te faceva storzellare la vocca de la paura“.

Qui un’altra descrizione dell’Huerco contenuta nel Pentamerone :

Era chisso naimuozzo, e streppone de fescena, haveva la capo chiù grossa che na cocozza d’Innia, la fronte vrognolosa, le ciglia ionte, l’huecchie strevellate, lo naso ammaccato co doi forge, che parevano doi chiaveche maestre, na vocca quanto no Parmiento, da la quale scevano doi sanne che l’arrivavano all’ossa pezzelle, lo pietto peluso, le braccia de trapanaturo, le gamme à vota de lammia, e li piede chiatte comm’à na papara, nsomma pareva na racecotena, no parasacco, no brutto pezzente, e na malombra spiccecata c’haverria fatto sorreiere n’Orlanno, atterrire no Scannarebecco, e smaiare na fauza pedata, ma Antuono che non se moveva à schiasso de shionneia fatto na vasciata de capo, le disse à Dio messere, che se fa? comme staie? vuoie niente? quanto nc’è da cca à lo luoco dove haggio da ire?.

Il Pentamerone fu una delle prime raccolte di fiabe scritte, nelle quali era presente la figura dell’orco. Era il diffusissimo racconto il Cunto dell’Huerco il primo dei racconti contenuti ne Il Pentamerone del Caualier Giovan Battista Basile, ouero Lo cunto de li cunte trattenemiento de li peccerille di Gian Alesio Abbattutis” qui in una ristampa del 1674. “Lo cunto de li cunti” raccoglie cinquanta favole, raccontate in dieci giorni da cinque vecchie signore. Vi si trovano fiabe celeberrime, come “Cenerentola”, ma anche racconti meno noti, ugualmente ricchi di invenzioni visionarie e metaforiche, che arrivano a toccare punte di crudele sensualità. Scritto dal letterato e cortigiano napoletano Giovan Battista Basile (Napoli, 1570/15721– Giugliano, 1632) nei primi decenni del ’600, e pubblicato, postumo, a Napoli tra il 1634 e il 1636. In quest’opera sono presenti tutti i tratti fonetici e morfologici più spiccati del napoletano antico. Lo cunto de li cunti è un classico della tradizione letteraria napoletana. Indubiamente è «il più antico, il più ricco e il più artistico fra tutti i libri di fiabe popolari» . E’ stato definito da Croce «il più bel libro italiano barocco».

Cfr : https://books.google.it


 Ricerche a cura del dott Giovanni Greco
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