“La Fine dei Vinti” con Fiore Marro a I Sabati Briganteschi – Il romanzo di Fiore Marro

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La fine dei vinti – Giovanni D’Avanzo: da gendarme a brigante Il romanzo di Fiore Marro

Prefazione

di Valentino Romano

La storia della reazione meridionale all’invasione piemontese è storia tutta da raccontare, soffocata com’è da quella retorica patriottarda e falsamente celebrativa di un Risorgimento che è stato nobilissimo nell’intendimento dei romantici e liberali, ma anche mercenario, fatto da una maggioranza di uomini che di quell’ideale se ne appropriarono per asseverarlo ai loro inenarrabili interessi di bottega, di lobby o di regno.
È storia ancora da leggere attentamente, da decifrare con cautela, da divulgare con la pacatezza di chi porta alla luce le ragioni dei vinti; da contrapporre con la serena consapevolezza di chi sa che tutte le ragioni (e che le ragioni di tutti) hanno eguale dignità nel fluire del tempo; è una storia che consente a sensibilità diverse di cogliere sfumature diverse.
Ed è grazie all’emergere di tali sensibilità che la storia vera delle terre e degli uomini del Sud si fa, di volta in volta, saggio, ricostruzione storica, cronaca giornalistica, lamento, denuncia, impegno, racconto, romanzo, persino poesia. Questa storia taciuta, negata, offesa e violentata, urge alle sempre più numerose coscienze di chi trasforma il recupero della memoria in orgoglio, con impegno quotidiano, come fa Fiore Marro.
Prendendo come spunto la riproposizione di un’opera edita negli anni della difficile Unità, di Antonio Vismara da Vergiate, I briganti La Gala: storie di omicidi, di sequestri e di grassazioni all’indomani dell’Unita d’Italia (Lecce: Capone, 2008), Fiore Marro dimostra come sia possibile cogliere anche attraverso la forma del romanzo il senso profondo degli avvenimenti, le loro ragioni reali, la loro esatta collocazione nello scenario politico. Questo suo cogliere non è imposto al lettore, ma solamente suggerito: Fiore, infatti, propone una chiave di lettura che però deve essere scoperta dal lettore.
Il romanzo ruota intorno alla vicenda umana dei fratelli Cipriano e Giona La Gala, nati a Nola, in provincia di Napoli, il primo nel 1834, il secondo due anni dopo. Nel 1855 i due fratelli vengono condannati a 20 anni di carcere per una rapina. Nel 1860 i due fratelli La Gala fuggono dal carcere di Castellamare e si danno alla macchia; ma Giona subito dopo viene arrestato nuovamente e rinchiuso nel carcere di Caserta; vi evade dopo un anno. Cipriano forma una sua banda, che raggiunge i trecento uomini e la cui zona operativa si colloca prevalentemente sui monti del Taburno, in un turbinoso susseguirsi di scontri con la truppa unitaria, di sequestri, di saccheggi, delle violenze di una guerra nella quale sono saltate tutte le regole. Nel gennaio 1862 i due La Gala raggiungono Roma, dove incontrano Re Francesco II Borbone, che vuole mandarli a Marsiglia e a Barcellona per reclutare legittimisti europei che possano sostenere la sua causa. Si imbarcano sulla nave francese Aunis, convinti dell’immunità extraterritoriale che garantisce i legni di una nazione straniera: così non è perché i piemontesi, avvertiti da una delazione e violando le leggi del mare e quelle delle convenzioni internazionali, salgono sulla nave battente bandiera francese – ferma nel porto di Genova – e li arrestano. Scoppia un furibondo incidente diplomatico e ne nasce una diatriba che si muove lungo il doppio binario delle regole del diritto internazionale e della “ragion di stato”. Alla fine, faticosamente, si trova un accomodamento: i La Gala vengono restituiti ai francesi che possono sostenere così il riconoscimento delle regole del diritto internazionale da parte dell’Italia. Ma il sottile e sotterraneo gioco di feluche – che ha come obiettivo principe la salvaguardia della “dignità” di entrambi gli stati di fronte all’opinione pubblica internazionale – ha segnato il destino dei due fratelli: attenuatisi i clamori della vicenda, vengono consegnati all’Italia perché li possa processare, quasi certamente con l’assicurazione della salvezza della vita dei due prigionieri. Il processo, celebratosi a Napoli con un notevole impatto mediatico in un’aula sempre stracolma di spettatori (vi accorrono anche corrispondenti dei maggiori giornali italiani e stranieri) si conclude con la prevedibile condanna a morte dei due imputati.
Ma si tratta solo dell’ennesimo gioco delle parti, del contentino da dare in pasto al perbenismo dell’opinione pubblica unitaria. In realtà, l’accordo sottostante tra Francia e Italia, porta alla concessione della grazia da parte di quest’ultima. Il che, puntualmente spentisi i riflettori sulla vicenda, avviene: ai La Gala si fa salva la vita e la pena viene tramutata in ergastolo: Cipriano viene rinchiuso nel carcere del cantiere della Foce a Genova e Giona a Portoferraio. Ed è pena ancor più atroce di quella capitale perché le condizioni di detenzione – a leggere svariati documenti – appaiono orribili.
Così Giona e Cipriano La Gala escono dalla storia, da quella storia che li ha visti ad un tempo protagonisti e vittime.
Con una riuscita invenzione letteraria Fiore trasforma oggi l’ipotetico inviato di un giornale del 1864, intento a raccontare la cronaca di un processo che, come detto attirò le attenzioni dell’Europa in uno strumento di maggiore conoscenza per noi che quei fatti rileggiamo 150 anni dopo.
L’autore ha scelto, per dare corpo al messaggio che vuole affidare al lettore, un personaggio cosiddetto “minore”, uno di quelli che appaiono appena sulla scena. Ma non per questo meno importanti, anzi. Perché il loro apparire – anche solo per un istante, anche solo con una battuta – rivela profonde e non emerse verità; pone domande che attendono una risposta: chi è Giovanni D’Avanzo? Come mai un uomo “d’ordine” assume un ruolo di rilievo in una banda di presunti “tagliagola”? Chi sono questi briganti? Sono solo briganti? In nome e per conto di chi occupano posizioni quasi inaccessibili come i monti del Taburno?
E le risposte vengono con altrettante domande: un uomo d’ordine come Re Francesco con i briganti? Vuoi vedere che sono soldati che combattono in altro modo – come i tempi impongono – sotto la bandiera di sempre? Vuoi vedere che la scelta di stazionare alla macchia su quelle montagne risponde a precise scelte militari strategiche? Vuoi vedere che se una forza così consistente non può sopravvivere solamente con le grassazioni, allora vuol dire che deve ricevere ben altri finanziamenti da qualche parte? E che se ciò è vero, allora non si può più parlare di banditismo comune, ma se ne deve riconoscere il carattere di forza armata combattente e resistente?
Insomma Fiore Marro ci sollecita ad assistere con Paolino Amato, l’io narrante del suo lavoro, ad un processo che se all’epoca era direttamente rivolto ai capi della banda La Gala, oggi – alla lunga – si trasforma in un processo ai giudici di allora.
Con il romanzo tornano alla memoria gli intrighi internazionali di cui abbiamo accennato.
E allora ci si chiede: qual è il ruolo vero della Francia nelle vicende della banda La Gala, fin dai tempi della formazione della banda? E torna prepotente l’interrogativo iniziale: che ci fa un uomo che ha giurato fedeltà a Re Francesco nel bel mezzo della banda? Vuoi vedere che è il controllore, per conto del suo re, proprio di chi combatte per difenderlo? Se pensiamo al ruolo e alle strategie del potentissimo partito “murattiano” nelle tormentate vicende dell’unificazione, la domanda non appare poi tanto immotivata. Ma questa è tutta un’altra storia, anch’essa da scrivere ancora.
Fiore ha un grosso merito: non nasconde un particolare del processo La Gala che fa rabbrividire perfino i pudici difensori del brigantaggio legittimista d’antan: un presunto episodio di cannibalismo, ad opera dei fratelli La Gala. Ne fa anzi un momento lungo del suo narrare. E non perché indulga, come il pubblico accorso al processo, alla morbosità di un orrore infinito. Tutt’altro!
La sua narrazione è lo scavo nel fatto (se “fatto” poi veramente è, e non leggenda; se è cruda realtà o non piuttosto finzione inquisitoria tesa a dar colore all’esecrazione della folla benpensante che deve accompagnare il verdetto verso al sua esecuzione); è ricerca delle cause; non condanna, nemmeno giustificazione. Anche se un passaggio del resoconto del processo la dice lunga sul suo pensiero: «… il Presidente indignato ha esclamato: – Diciamo in breve in faccia all’Europa: ecco chi sono i difensori del trono e dell’altare!».
Ecco per Fiore Marro il senso profondo del processo, la necessità del raccapriccio: giustificare se stessi in “faccia all’Europa”; stiamo giudicando cannibali non partigiani, selvaggi che si portano a spasso i genitali del nemico ucciso, “affricani” che dobbiamo addomesticare per elevare al rango di uomini. Altro che combattenti nobilitati da combattere per una causa. E il giudice, che dà la stura alla sua indignazione, è solo il megafono dei suoi padroni: «Tribunale dell’Europa e dell’umanità,
la nostra guerra che ai tuoi occhi disincantati appare di conquista è invece guerra di liberazione, di affrancamento dal servaggio, missione di elevazione di una progenie inferiore che occupa e controlla abusivamente un territorio al quale devono essere restituite dignità e libertà».
Eccolo qui il merito principale del racconto di Fiore Marro: attraverso la enunciazione della cronaca di un episodio, tutto sommato ormai dimenticato, riapre il dibattito sugli avvenimenti, sulle ragioni, sulle reali motivazioni di un periodo che, a seconda di come lo si voglia leggere, è tragico o esaltante.
E il suo occhio attento si serve di un personaggio “minore”, totalmente ignorato finora, ma che racchiude in sé umanità, fedeltà e coerenza.
Giovanni D’Avanzo, grazie a Fiore Marro, non è più uno sconosciuto che ha attraversato la nostra storia: è il dagherrotipo di un certo modo di essere meridionali, della coerenza e della tragicità di quegli “affricani” che hanno custodito per secoli – pur con limiti – la culla della civiltà italiana e l’hanno – anche se a malincuore – consegnata al sogno, ancora non realizzato, di una nazione proiettata verso il futuro.
L’umanità di D’Avanzo e dei fratelli La Gala, tragica nella sostanza e anche – se vogliamo – crudele nelle sue esternazioni, non meritava certamente l’oblio.
Grazie a Fiore Marro perciò, per aver evitato loro quest’ennesima onta e per averci consentito di soffermarci un istante, con la leggerezza del racconto, su un periodo che ha segnato i nostri destini.

Introduzione

Il libro di Fiore Marro parte da un vero processo, ripercorre le vicende della banda dei fratelli La Gala che operavano per conto dei Borbone nell’antico distretto di Terra di Lavoro, uno dei più estesi del Regno di Napoli. Ma il vero protagonista della storia avvincente de “La fine dei vinti” è il poliziotto Giovanni D’Avanzo, svestito dai panni di uomo di legge per percorrere la strada di brigante.
Perché leggere questo libro? Perché si ha la possibilità di considerare i briganti,
oltre che nelle azioni di guerriglia, anche nel loro “quotidiano”: svelati da testimonianze, da ammissioni, mentre evidenziano i loro giorni sotto la pioggia, espongonole loro bassezze e il loro eroismo, scoprirli mentre confermano del loro sfamarsi quando, come e dove possono e dissetarsi con neve sciolta.

Percorrendo il libro di Fiore a tratti sembra apparire l’autore tra i protagonisti del racconto, per il suo modo di descrivere quello che D’Avanzo ha vissuto o quello che si apprende dalle testimonianze da persone non sempre oneste ma in taluni casi degne di fede.
La tragica novità di questo lavoro è che il lettore si riscopre fan dei “cattivi”, prova lo stesso dolore, l’identica angoscia del protagonista, un dolore lungo che arriva sino ai giorni nostri. Quelle tragedie subite ad opera dei piemontesi, invece di intimorire rinforzavano il coraggio; si volevano esaltare i successi delle forze dell’ordine con processi farsa a scapito dei “briganti”, descritti e rappresentati come bestie efferate. Non so che effetto facessero allora quelle ciarlatanerie processuali sul pubblico, a me oggi suscitano profonda indignazione per l’inumanità dei vincitori.
Così si faceva l’unità d’Italia.
Il messaggio del romanzo di Fiore Marro è però un altro, egli evidenza la sciagura accaduta alla gente del sud, dove il gendarme diventa brigante, dove l’ingannatore diventa il modello da imitare; qui, invece, l’autore si sforza di rimettere nel legittimo ruolo personaggi e prototipi.

Pasquale Costagliola
Presidente “Terra Nostra”

La fine dei vinti pp 13

Roma, 20 febbraio 1864
Lo strillone urla a squarciagola: «La Nazione, comprate La Nazione. In prima pagina il processo ai briganti, comprate La Nazione…», mi avvicino al ragazzo, prendo una copia del giornale, intrigato dalla notizia sul processo.
In prima pagina la foto di quattro uomini: la didascalia dice «Ecco i briganti del Borbone». Di lato, a sinistra, l’editoriale del direttore del giornale dei piemontesi che si fregia d’esser la voce degli italiani. L’articolo accenna appena al processo alla banda La Gala e pomposamente elogia il nuovo Stato, asserendo che così l’Italia s’instrada a diventare finalmente un paese democratico, alla pari di Francia e Gran Bretagna, per volere del nuovo re sabaudo e del suo amore di giustizia. Un’esaltata celebrazione, in sostanza, di una democrazia – secondo l’autore – compiuta. Sul lato destro della pagina la cronaca della cattura dei malviventi, con tanto di lode ai regi che avevano arrestato i criminali: «I banditi erano partiti da Civitavecchia sul piroscafo Aunis delle messaggerie imperiali diretti a Marsiglia, fecero scalo a Genova il 10 luglio 1863. Durante l’assenza del capitano, sceso a terra per vidimare le carte di bordo all’Ufficio di Sanità del porto, salirono sul vapore un commissario di polizia italiana, agenti e carabinieri e arrestarono i quattro criminali». Il pezzo prosegue accennando ad uno scampato incidente diplomatico con i francesi e dando notizia del processo: la prima seduta sarebbe iniziata il 24 febbraio 1864 dinanzi alla I Corte d’Assise del Tribunale di Napoli. Infine, i nomi dei quattro terribili briganti: i fratelli Cipriano e Giona La Gala, Domenico Papa e Giovanni D’Avanzo.

Sobbalzo stupito, leggendo quest’ultimo nome. Mi fermo, basito, ed esclamo: «Giovanni D’Avanzo? Diamine, è Giannino!». Lo sbigottimento mi assale: il mio amico carissimo alla sbarra come bandito? Il poliziotto integerrimo, l’incorruttibile gendarme borbonico, è ora finito tra le file dei fuorilegge, è divenuto un ceffo, un pendaglio da forca? Resto qualche attimo lì, col giornale penzoloni, la mente annebbiata dal dispiacere e dai ricordi, il cruccio che mi opprime.

(…)

La fine dei vinti pp 22

il D’Avanzo ancora: “Ripeto Eccellenza che io non ho mai fatto parte della banda di Cipriano La Gala perchè dal 1° luglio 1861 mi ritirai a Roma.” L’interrogatorio viene interrotto, la data per la prossima udienza è fissata per la giornata di lunedì 28 febbraio 1864. Il processo riprenderà con l’interrogatorio dei testi forniti dall’accusa. La sensazione che si è provata in questa ultima udienza è quella di una decisione di colpevolezza già decisa a priori. L’imputato D’Avanzo ha inoltrato un alibi che la corte non ha ritenuto di considerare valido, non per amore di verità e giustizia ma per il sol motivo che il novello stato, non avendo rapporti con lo Stato Pontificio, non ritiene opportuno interrogare cittadini romani, fossero pur essi al di sopra di qualsiasi sospetto. Credo che questo processo si avvii ad una farsa con niente di leale da magnificare. Il detenuto durante l’interrogatorio ha esposto il suo passato di valente poliziotto, ligio al dovere e con un profondo senso dello stato, ma questo non è un motivo già valido per avere un gusto processo? Quale stato di diritto democratico rinuncia a far deporre testimoni a difesa? 

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Don Giovanni D’Avanzo

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Chi è interessato a una copia via internet del romanzo, può scrivere all’autore all’indirizzo di posta [email protected]


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