Il tabacco e le tabacchine nel Salento rurale – la rivolta delle tabacchine di Tricase

di Giovanni Greco

* … per quanto riguarda il Salento, le tabacchine del Salento, nel ‘900 si ribellarono alle tirannie imposte dall’alto; e la lotta perdurò per quasi un secolo dall’epoca del fascismo sino agli inizi degli anni ’70. In particolare vedremo i tempi delle lotte delle terre dell’Arneo degli anni ’50 del ‘900.
Ma oggi, l’oppressione che c’è stata ha creato assuefazione all’abandono, e c’è anche una sorta di “dimenticanza” generale delle origini di queste rivolte. Come per il caso xylella, Dividi et Impera / Fecero il deserto e lo chiamarono pace /
Prima non avevano internet, eppure oggi la gente non si incazza più come un tempo. L’esempio della rivolta delle tabacchine per la difesa del diritto al lavoro, cosa ha lasciato a noi contemporanei? Ben poco. Sembra sia rimasto solo qualche ricordo … anche disprezzato da parecchi salentini. Eppure solo cinquanta anni or sono, molti, tanti, troppi paesi del Salento furono preda del panico per gli abusi di potere e furono decenni di fame, pianti, carcere e morti per mano di vigliacchi. E in migliaia scesero in strada e nelle piazze.
Nonostante ciò, chi comandava nel Salento, è riuscito a sterminare una intera classe operaia; la quale, con parecchio sudore, ha prodotto per quasi due secoli una fiorente cultura – che fu depredata dai signorotti locali.
Cosa è cambiato da quei tempi ad oggi? Quasi nulla. Per di più, oggi, la maggior parte dei salentini poco conosce la storia della loro stessa terra e quelle rivolte popolari … è come se non fossero mai esistite.
Pertanto, dopo il “Dividi et Impera” e il “Fecero il deserto e lo chiamarono pace”, bisogna urlare a tutti che : “Se la conoscenza può creare dei problemi, non è con l’ignoranza che possiamo risolverli“.

1241110117097_tab-5L’uso del tabacco da fumo nel Regno di Napoli, risale alla metà del XVI secolo. Succesivamente Papa Innocenzo X (papa della Chiesa cattolica dal 1644 al 1655), tacciò di scomunica chiunque facesse uso di tabacco all’interno della basilica di San Pietro. Sorse il proibizionismo di quel periodo, che fu abolito nel regno di Napoli dal re Ferdinando IV (re di Napoli dal 1759 al 1799, dal 1799 al 1806 e dal 1815 al 1816 con il nome di Ferdinando IV di Napoli, nonché re di Sicilia dal 1759 al 1816 con il nome di Ferdinando III di Sicilia). Siamo in una fase in cui la presenza del re Ferdinando IV riuscì ad imprimere un grande aiuto all’economia agricola del meridione. Ricordiamo i suoi Provvedimenti economici:
cfr : http://www.ordinecostantiniano.it/hm-ferdinando-iv-re-di-napoli-e-sicilia-ferdinando-i-come-re-delle-due-sicilie/

  • fondò la Borsa di Cambio, ed avviò molti nuovi commerci, come la pesca del corallo;
  • cedette a canone e provvide di ottime leggi il Tavoliere della Puglia, facendo sorgere molte colonie, esentando per 40 anni da molte tasse gli agricoltori che avessero popolato, coltivato e incrementato quelle zone fin’allora abbandonate;
  • fondò a tal proposito Monti frumentari;
  • diminuì notevolmente le tasse ai cittadini (specie quelle da versare ai baroni), dirette e indirette, come quelle di grascina, degli allogati, del tabacco, de’ pedaggi, ed in alcune province quella della seta.

La terra del Salento era ottima per la coltivazione del tabacco. Nel 1812 Gioacchino Murat, (generale francese, re di Napoli e maresciallo dell’Impero con Napoleone Bonaparte), istituì “la Manifattura Tabacchi del Salento Leccese”. che lavorava circa 12 mila quintali di foglia di tabacco, prodotti nei terreni di 24 Comuni del Salento.

Un tempo quindi per circa due secoli, in quasi tutti i paesi della Terra d’Arneo, durante l’estate era frequente trovare adagiate alle pareti esterne delle case, i telai del tabacco, quelle tipiche strutture simmetriche rettangolari formate da quattro assi di legno, dalla forma che poteva ricordre un letto, ma dentro le quali venivano contenute le foglie del tabacco, che così potevano essiccare al sole. L’odore era inconfondibile, tanto che le strade erano intrise del profumo del tabacco. La coltivazione e la lavorazione delle piante del tabacco ha rappresentato la migliore risorsa economica per tante famiglie salentine. Questo duro lavoro è perdurato sino ai primi anni ‘80 del 1900 ed ha impegnato tutto il nucleo familiare per diversi mesi all’anno, da aprile a novembre. Purtroppo non portò mai grandi ricchezze ai contadini. Poterono guadagnarci solo lo Stato e i padroni. E le tabacchine, sono oggi l’emblema della donna lavoratrice e della ribellione proletaria femminile del ‘900.

La semina del tabacco

La semina avveniva nelle ruddhre (un rettangolo di terreno preposto alla loro coltivazione), La ruddhra veniva masciata (appianata) con il rastrello e in essa si creava un letto di rumatu, letame animale usato da secoli come concime organico, I semi di tabacco venivano mischiati con la cenere e gettati al suolo (non interrati per il motivo che la loro germinazione è attivata dalla luce solare. Venivano quindi annaffiati abbondantemente con la n’dacquarora (innaffiatoio). Una volta che le piccole piante di tabacco erano cresciute all’altezza desiderata, queste venivano trapiantate.

Quando le piantine del semenzaio erano pronte per essere trapiantate nel terreno da coltivare a tabacco, venivano estirpate dalla radice e raccolte all’interno delle cascette (piccole casse di legno) coperte con della tela juta e annaffiate leggermente … successivamente le cascette venivano trasportate presso il campo da coltivare e depositate nel nuovo terreno ad una distanza di 15/20 centimetri circa.

La raccolta

Il lavoro della raccolta delle foglie del tabacco iniziava prestissimo alle primissime luci del giorno e coinvolgeva l’intera famiglia, bambini inclusi. La raccolta delle foglie del tabacco veniva eseguita manualmente e avveniva seguendo 4/5 cicli di raccolta, operazione essenziale per pulire interamente la pianta, che una volta fiorita muore. Questi cicli di raccolta venivano denominati in sequenza, frunzone“, “seconda”, “terza”, “quarta” e infine sprucatura” o ”puntarola”. La raccolta iniziava dal frunzone, ossia asportando le foglie che nascono per prime. Durante questa fase l’operatore/trice assumeva la posizione dello scudrubbatu ovvero con la schiena chinata in avanti, Successivamente con il crescere della pianta si procedeva con la raccolta delle foglie che si trovano più in alto lungo lo stelo. L’intero ciclo di raccolta avveniva in circa sei/sette giorni. Durante tutte le fasi della raccolta, le foglie venivano poi adagiate nelle casse e nei tini, la caniscia (contenitore in vimini).

Il rito dell’infilare le foglie

Giunti a casa, ci si sedeva in cerchio ed iniziava la fase successiva detta: lanfilatura il rito dell’infilare le singole foglie con un grosso ago di acciaio detto la cuceddhra (un lungo ago di acciaio appuntito di 30/40 cm. circa) dentro la cui cruna veniva passato un lungo spago. Quindi ottenuti tanti fili colmi di foglie, queste venivano poste una accanto all’altra, per essere appesi ai telai e infine messi ad essiccare al sole. Questi fili con le foglie di tabacco, si diceva, erano stisi su lu tiralettu (telaio in legno composto da due fasce laterali montate su quattro piedi ripieghevoli) tra due chiodini fissati superiormente sulle fasce laterali. Al calar della sera estiva, i telai si riportavano in casa. In tutte queste fasi preparatorie il tabacco non doveva bagnarsi, in quanto le foglie, unite le une alle altre, con l’acqua o con l’umidità si sarebbero potute ammuffite, vanificando tutto il lavoro del contadino. Infatti quel tabacco era destinato all’azienda specializzata (la manifattura te lu tabbaccu) che potevano trasformarle per renderle polvere da fumo.14915490_1205794589478817_4796449084142560762_n

La consegna alla “Manifattura te lu tabbaccu”

La consegna alla manifattura te lu tabbaccu, te le casce chine te tabbaccu (delle casse di tabacco), avveniva in contenitori di legno rivestiti di juta. Alla manifattura del tabacco, poi si svolgevano estenuanti contrattazioni con il mediatore. La consegna iniziava a novembre e proseguiva sino alla fine di febbraio.14333041_1044058892376264_3166285563800279121_n

Le tabacchine

Il duro lavoro delle tabacchine : le operaie nelle fabbriche salentine. Scriveva Cosimo De Giorgi, (1842-1922) “ritornavano a frotte nelle loro case e intonavano in coro bellissime canzoni d’amore, di sdegno e di gelosia”.

Fimmine fimmine ca sciàti allu tabaccu, ne sciàti ddoi e ne turnati a quatthru.‎
Ci ve l’ ha dittu cu chiantati lu tabaccu, la ditta nu ve da li taraletti.‎
Ca poi li sordi cu li benedicu, cu ve cattati nuci de Natale.‎

Cantavano le tabacchine, cantavano sempre; e questo era un canto di protesta femminile contro l’ingiustizia dei loro padroni. Il ritornello infatti, nel doppio senso, riassume la loro vita : “ne sciati doi e ne turnati quattru“, cioè andate al lavoro in due e tornate gravide del padrone oppure andate in due e tornate spezzate in quattro.
Fimmene fimmene ca sciati allu tabaccu
Donne donne che andate al tabacco
ne sciati doi e ne turnati quattru.
andate in due e tornate in quattro.
Ci bu la dici cu faciti lu tabaccu
Chi vi dice di piantare il tabacco
la ditta nu bu dae li tilaretti.
la ditta non vi dà neanche i telaietti.
Ca poi li sordi bu li benedicu
Che poi i soldi ve li benedico
bu nne ccattati nuci de Natale.
vi comprate le noci a Natale.
Te dicu sempre cu nu chianti lu tabaccu
Ti dico sempre di non piantare il tabacco
lu sule è forte e te lu sicca tuttu.
il sole è forte e lo secca tutto.
Fimmene fimmene ca sciati alle ulìe
Donne donne che andate alle olive
cugghitene le fitte e le cigghiare.
raccogliete sia quelle interne che esterne alla rete.
Fimmene fimmene ca sciati a vindimmare
Donne donne che andate a vendemmiare
e sutta lu cippune bu la faciti fare.
sotto la vigna ve la fate fare.

Il lavoro delle tabacchine cominciava verso fine novembre, quando il tabacco finalmente secco  era già confluito nel magazzino nelle casse di legno. Una volta pesate le casse, iniziava la sfilardatura, poi avveniva la cernita. Le foglie di tabacco venivano separate in base al colore (chiare o scure) e alla qualità; infine c’erano le “rumasuje”, quelle cioè spezzettate e piccole.

Le foglie di tabacco venivano quindi sistemate in mazzetti che poi venivano pressati. Altre operaie formavano delle “ballette” di vario peso in base alla qualità del tabacco. Finite queste operazioni le mazzette di foglie pressate giungevano “alla stufa”, una stanza con una stufa a legna in cui veniva fatto maturare il tabacco tramite il calore. La temperatura era controllata a mano dalle operaie le quali entravano nella stanza quasi svestite e mettevano una mano nelle ballette. Quando avvertivano che la temperatura era troppo alta si aprivano le finestre per far arieggiare la stanza. Quando invece il tabacco aveva raggiunto la temperatura siddisfacente, allora si mettevano in un’altra stanza una sopra l’altra.

La “mescia” controllava se c’erano delle imperfezioni. Se tutto era a posto si sigillava la stanza dove era stata posta una bottiglia di zolfo liquido per non far tarlare le ballette. Dopo qualche giorno le ballette venivano estratte dalla stanza e messe in un deposito con un’altra ispezione della mescia. Infine degli esperti controllavano a caso le ballette, che venivano aperte, ed annusavano il tabacco. In questa fase le foglie venivano sbriciolate per farne delle sigarette e per valutare il gusto e il sapore Il tabacco venduto veniva quindi trasportato nelle fabbriche del Monopolio per la lavorazione.

La rivolta delle tabacchine

La pianta del tabacco (pianta che originariamente  proveniva dall’America) giungeva nel Salento offrendo l’opportunità di dare ricchezze ai contadini. Purtroppo non portò nulla perchè poterono guadagnarci solo lo Stato e i padroni.  Da cui il detto popolare : “te pacu quannu indu lu tabaccu” (ti pagherò quando venderò il tabacco).
Nella zona di Tricase la lavorazione del tabacco è iniziata nel 1883 con la famiglia Torsello. Nello stesso periodo  nel Capo di Leuca, si avviavano anche le prime coltivazioni di tabacchi levantini. Nel 1902 nacque il primo Consorzio agrario l’ACAIT (Azienda Cooperativa Agricola Industriale del Capo di Leuca) che per quasi un secolo è stata il fulcro della vita economica della cittadina di Tricase. Esso fu fondato grazie a importanti rapporti d’affari con aziende straniere che acquistavano il tabacco salentino. Nel 1906 il Consorzio ottenne la concessione per la lavorazione e la confezione di sigarette molto richieste dopo la prima guerra mondiale. Nell’Acait nel 1910 (dopo le coltivazioni sperimentali, il monopolio diede la prima concessione speciale per la coltivazione del tabacco) si provvedeva all’approvvigionamento di tabacco per le Manifatture dello Stato, alla produzione di sigarette e alla vendita di macchinari agricoli. In quell’azienda lavoravano anche operai specializzati provenienti dalla Turchia, affinché insegnassero la metodologia della coltivazione della pianta del tabacco ai nostri contadini. Quindi nel 1915 sorse il  primo opificio ad Alessano nel quale lavoravano circa 300 operai. Nella zona del Capo di Leuca fu coltivata la varietà “levantina”.  Sotto il regime Fascista però avvennero una lunga serie di proteste contadine da parte delle tabacchine; ad esempio nel 1925, a Trepuzzi manifestarono 500 operaie. Nel 1926 scesero in piazza le operarie di Neviano, di Novoli, di Trepuzzi e di Poggiardo allorchè tutte manifestarono il loro dissenso e in centinaia si astennero dal lavoro. E durante il regime furono arrestate a decine per istigazione. Ma quegli arresti non fecero altro che alimentare e diffondere il movimento di protesta. Nei giorni seguenti i manifestanti divennero 200. Nei primi mesi del 1927, continuarono gli scioperi e le manifestazioni in molti altri paesi del Salento. A Soleto e a Salve, vennero denunciate oltre 50 tabacchine per volere del ministro dell’interno dell’era fascista ad adottare misure energiche di vigilanza per reprimere ogni manifestazione di dissenso, dovuta, a loro avviso, alla mancanza di un’educazione sindacalista dei lavoratori. Ancora sempre nel 1927 proseguirono altri scioperi sia contro i contributi sindacali obbligatori, ma soprattutto per ottenere l’aumento del salario. 21 operaie furono arrestate per  abbandono del lavoro a Marittima, durante una manifestazione di 150 lavoratrici contro la diminuzione della mercede.
Nel 1930 a Lecce i concessionari delle coltivazioni del Salento, istituirono  l’Istituto Sperimentale per la Tabacchicoltura Salentina “Luigi Starace Cilento”, articolato in sezioni di agronomia, biologia, trasformazione industriale, propaganda e assistenza ai tabacchicoltori, con compiti di studio e sperimentazione sui tabacchi levantini.

La rivolta di Tricase, 15 maggio 1935

Mentre nella zona di Tricase, qui molte operaie vivevano quasi esclusivamente di tabacco: infatti vi lavoravano oltre 1.000 persone. La situaione in Tricase sembrava soddisfacente per le operaie, nonostante le continue proteste nell’intero Salento e la repressioni del regime fascista. Inoltre il consorzio tricasino garantiva una buona serenità per i lavoratori, ma anche un salario certo e quei servizi moderni per le operaie come, ad esempio, l’asilo nido. Purtroppo il 14 maggio del 1935 il Governo decise lo scioglimento di tutti i consorzi agrari della Provincia di Lecce per crearne uno unico, grande, con sede in Lecce. Appresa quella notizia I cittadini di Tricase videro traballare quel benessere conquistato, e manifestarono duramente opponendosi con i primi scioperi e proteste. Agli scioperi parteciparono ovviamente le tante donne impiegate nell’ACAIT e tutti assieme minacciarono di assalire il municipio – nonostante la dittatura fascista. La sera del 15 aprile, il ragioniere Mario Ingletti, un dirigente del Consorzio, suggerì di radunare la protesta in piazza al municipio sotto l’orologio e per difendere con un solo grido il diritto al lavoro; nelle intenzioni si auspicava che la protesta dovesse essere partecipata solo dalle donne e senza armi. Ma la folla aumentò e alle donne si aggiunsero anche gli uomini : mariti, figli, nipoti e fidanzati che le accompagnavano. Intanto i carabinieri chiusero il municipio per non fare entrare nessuno. Fuori invece la folla chiedeva a gran voce l’intervento del potestà. Ma visto che nessuno dava loro ascolto, mossi dalla disperazione, la stessa folla buttò dell’olio sul portone del comune per dargli fuoco. Cominciarono le reazioni dei carabinieri che usarono pesanti azioni di forza contro quei manifestanti, I Carabinieri spararono e ci furono cinque morti e oltre sessanta feriti. La strage avvenne il 15 maggio 1935 – da allora “a Tricase non si canta più”, scriverà Luigi Chiriatti. Perirono cinque tabacchine che avevano protestato contro il trasferimento a Lecce del Consorzio : Pietro Panarese (un ragazzo di soli 15 anni), Cosima Panico (colpita alla testa da una pallottola mentre usciva dalla chiesa – fu sparata da un finanziere), Maria Assunta Nesca, Pompeo Rizzo, Donata Scolozzi. I loro nomi sono scolpiti in una lapide sull’edificio dell’ex municipio … e nella storia del Salento – come ad esempio per le Lotte dell’Arneo.

Le Terre dell’Arneo

In seguito altri contadini di Tricase furono trattati come sovversivi: braccati come delinquenti, condotti in caserma e condannati sommariamente. Poi con la caduta del fascismo e la nascita delle prime sezioni del partito comunista e delle camere del lavoro, le tabacchine furono tutelate dai dirigenti del partito comunista, In questa fase iniziarono ad organizzare le prime vere manifestazioni per tutelare i loro diritti. Iniziava una nuova ennesima dura lotta per il lavoro.

foto_14552_1_efa46d4ed4629daae6a61a7f01f1f808Tabacchine della sede Acait a Tricase

 

 

 

 

 

 

Dopo la fine della seconda guerra mondiale (quindi dopo il 1945), le produzioni di tabacchi levantini subirono un processo di riconversione necessario perché era mutato il gusto dei consumatori di quegli anni e si preferivano le sigarette di tipo americano. E quella fu una nuova rivoluzione nel modo di produrre il tabacco. Che portò nuova fame di lavoro … e che causò una nuova emigrazione verso la Svizzera in particolare.
Comunque il tabacco resta un traino per le casse (di qualche padrone) tanto che ancora sino al 1947, nelle campagne della provincia di Lecce, venivano coltivati 18.000 ettari di terreno a tabacco, che veniva lavorato in circa 400 fabbriche da oltre 50.000 tabacchine. Ancora nuove proteste negli anni ’60, A Calimera, il 13 giugno 1960 nel magazzino Villani e Pranzo, a causa di un incendio divampato durante lavori di disinfestazione. che furono condotti senza rispetto delle norme di sicurezza, uccise quattro tabacchine e altre tre furono gravemente ferite.  Mentre il 25 Gennaio del 1961, questa è la volta delle tabacchine di Tiggiano le quali assediarono la città, per protestare  contro l’amministratore dei beni della Baronessa di Caprarica, nella vicina Tricase, che aveva deciso di assumere una manodopera forestiera e di escludere 250 tiggianesi (un numero di popolazione elevato in quanto rappresentava un quarto della popolazione femminile dell’epoca). Le tabacchine tiggianesi quindi chiusero le forestiere nel magazzino. E contemporaneamente stava per scoppiare una guerra fra l’intero paese contro le forze militari. Solo dopo 27 giorni di sciopero furono accolte le richieste delle lavoratrici e tornò l’ordine pubblico.
Mentre sino ad una decina di anni or sono nel Salento si produceva ancora il 90% del tabacco italiano di tre qualità levantine. Nella zona del Nord Leccese veniva prodotta la Xanty Yaka, mentre fra Collepasso e Cutrofiano si produceva la Perustitza, ed infine nel Tricasino si coltiva la Erzegovina. Mentre in tutto il Salento sempre una decina di anni fa si coltivavano 2.500 ettari di tabacco da cui una famiglia ricavava 20 quintali l’anno di foglie secche per ettaro e 200 giornate lavorative. Il declino è iniziato con la frenesia di intensificare le coltivazioni di ibridi, come lo Spadone o il Centofoglie. Queste nuove piante radopiavano la produzione per ettaro rispetto alla Xanti Yaca, alla Perustitza e alla Erzegovina. Ma ciò facendo si sono via via persi gli ecotipi storici salentini. Quindi il declino definitivo dell’Acait. Un fallimento  economico ma anche sociale.

Bibliografia

  • Ilaria Ficarella: La crisi fantasma del tabacco ‘Così va in fumo l’ oro del Salento’ Repubblica — 27 maggio 2004   pagina 8   sezione: DOSSIER
  • Vincenzo Santoro e Sergio Torsello: Tabacchi e tabacchine nella memoria storica
  • Storia di Tricase, Francesco Accogli, Congedo Editore (1995)
  • Mario Bozzoli: Quale futuro per il tabacco europeo?
  • Bona Mixta Malis: fascismo, antifascismo e Chiesa Cattolica nel Salento,  Salvatore Coppola –  Giorgiani Editore (2011)
  • Del Tabacco e della Pannina Memorie due, scritte dal Sacerdote D.Ferdinando Maria Orlandi (1786), ripubblicazione anastatica a cura della casa editrice Edizioni dell’Iride di Tricase (2006)
  • Antonio Bruno: Dopo 200 anni rischia di scomparire la Manifattura Tabacchi del Salento leccese
  • Tabacco e tabacchine nella memoria storica,  a cura di Vincenzo Santoro e Sergio Torsello – Manni Editore (2002)

BelSalento è un progetto a cura del dott Giovanni Greco

AsimovSe la conoscenza può creare dei problemi,
non è con l’ignoranza che possiamo risolverli
(Isaac Asimov)

 

— ~ —
a cura di Giovanni Greco
— ~ —
Segui BelSalento, arte storia ambiente e cultura della terra dei due mari.
Dal 1998 servizi di fruizione culturale : Tradizioni, Mare e Terra del BEL SALENTO.
Parco Letterario, Archeologia Industriale, Preistoria, Storia e Ambiente, Cucina, Arte, Musica, Poesie, Cinema, Teatro, Webtv, GreenLife, Foto, Giornalino e Video Documentari più un blog e due profili fb.

         

Precedente Salento antica patria della tessitura al telaio in legno di ulivo Successivo Il Basilisco in BelSalento