Risorgimento – dopo il 1861 – Notizie dal fronte = Notizie dalla “Colonia”

di Giovanni Grecojhgfghjklkj

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Risorgimento – dopo il 1861 –
Notizie dal fronte = Notizie dalla “Colonia”

A quei tempi considerazioni che oggi definiremmo razziste erano pienamente legittimate dalla cultura e anche nei rapporti ufficiali gli abitanti del Sud erano paragonati a “incivili beduini”, il Mezzogiorno d’Italia era paragonato all’Africa e Massimo d’Azeglio scriveva cheunirsi ai Napoletani è come andare a letto con un lebbroso“, dove il termine “napoletano” era riferito a ogni abitante della “Bassa Italia”. Il criminologo Cesare Lombroso effettuò misurazioni sui crani dei briganti uccisi allo scopo di ottenere la prova scientifica che i Meridionali avevano una predisposizione innata per il crimine. Il governo piemontese sosteneva che il “brigantaggio” fosse un fenomeno limitato agli Abruzzi, all’area nei pressi della frontiera con lo Stato Pontificio e che non si trattasse di una rivolta spontanea, ma organizzata dai borbonici negli Stati papali, con la connivenza del governo romano, per turbare la pace del Paese e creare difficoltà al governo (solo tra il febbraio e il marzo del 1868 fu firmata a Cassino una convenzione tra lo Stato della Chiesa e il Regno d’Italia per l’estradizione dei briganti rifugiatisi nello stato pontificio). Tale tesi cadde in pezzi davanti all’evidenza delle rivolte che infiammarono tutto il Sud. Il sistema di violenze, massacri e spargimento di sangue non fu denunciato soltanto dai borbonici, anche fra i liberali del Parlamento di Torino vi furono uomini onesti e leali che dichiararono pubblicamente quanto era a loro conoscenza: “Non potete negare“, affermava Giuseppe Ferrari nel dibattito del 29 aprile 1862, “che intere famiglie sono arrestate senza il minimo pretesto; che vi sono, in quelle province, degli uomini assolti dai giudici e che sono ancora in carcere. Si è introdotta una nuova legge in base alla quale ogni uomo preso con le armi in pugno è fucilato. Questa si chiama guerra barbarica, guerra senza quartiere. Se la vostra coscienza non vi dice che state sguazzando nel sangue, non so più come esprimermi“. Il 18 aprile 1863 il deputato Miceli, che aveva visto i massacri perpetrati dalle truppe in Calabria, dichiarava che gli uomini erano fucilati senza neppure uno straccio di processo, le sue dichiarazioni furono messe in dubbio dai sostenitori del governo ma a questo punto il generale Bixio, luogotenente di Garibaldi, e, pertanto, fiero nemico della reazione, si alzò per confermarle, dichiarando che quanto aveva affermato Miceli era vero e che poteva attestarlo per cognizione personale. “Un sistema di sangue“, egli esclamò, “è stato stabilito nel Mezzogiorno d’Italia. Ebbene, non è col sangue che i mali esistenti saranno eliminati. C’è del vero in ciò che l’onorevole Miceli ha detto: è evidente che nel Mezzogiorno non si domanda che sangue, ma il Parlamento non può adottare gli stessi sistemi. C’è l’Italia, là, o signori, e se vorrete che l’Italia si compia, bisogna farla con la giustizia, e non con l’effusione del sangue“.

Scrive De Jaco (“Sulle condizioni morali e materiali delle province del Mezzogiorno d’Italia”, Napoli, Stab. Tipografico Largo Trinità Maggiore riportato da De Jaco “Il brigantaggio meridionale “, Editori Riuniti, Roma, 1969, modif.) : “Già nel novembre del 1860, pochi giorni dopo l’incontro di Teano tra re Vittorio e Garibaldi, sui muri dei paesi intorno Avezzano era stato affisso un proclama [tra i primi di una lunga e tragica serie] del generale piemontese Pinelli che ordinava: “1) chiunque sarà colto con arma da fuoco, coltello, stili od altra arma qualunque da taglio o da punta e non potrà giustificare di essere autorizzato dalle autorità costituite sarà fucilato immediatamente [ognuno di noi sa che tutti i contadini possiedono almeno una di queste “armi”]; 2) chiunque verrà riconosciuto di aver con parole o con denari o con altri mezzi eccitato i villici a insorgere sarà fucilato immediatamente; 3) eguale pena sarà applicata a coloro che con parole od atti insultassero lo stemma dei Savoia, il ritratto del Re o la bandiera italiana. Abitanti dell’Abruzzo Ulteriore, ascoltate chi vi parla da amico. Deponete le armi, rientrate tranquilli nei vostri focolari, senza di che state certi che tardo o tosto sarete distrutti” [Pinelli fu decorato dai Savoia, con medaglia d’oro al valore, per la campagna contro il brigantaggio]. In seguito, giacché si era sparsa per l’Europa la notizia che nel sud d’Italia stava avvenendo un massacro, il governo inviò l’ordine di fucilare solo i capi e di mettere in carcere in attesa di processo gli altri. Le cose non cambiarono di molto. Narra infatti il generale Enrico Della Rocca (responsabile del massacro di Scurgola con 117 vittime) “ma i miei comandanti di distaccamento che avevano riconosciuta la necessità dei primi provvedimenti, in certe regioni dove non era possibile governare se non incutendo terrore, volendosi arrivare l’ordine di fucilare soltanto i capi telegrafavano con questa formula: “arrestati, armi alle mani, nel luogo tale tre, quattro, cinque capi di briganti” e io rispondevo: fucilate!“.

Nicotera, era un garibaldino che, come già i suoi colleghi Ferrari, Miceli e Bixio, disse: “Il governo borbonico aveva almeno il gran merito di preservare le nostre vite e le nostre sostanze, merito che l’attuale governo non può vantare. Le gesta alle quali assistiamo possono essere paragonate a quelle di Tamerlano, Gengis Khan e Attila“.

Napoleone III, che aveva dato il suo appoggio armato a Cavour per la conquista d’Italia, il 21 luglio 1863 scriveva da Vichy al generale Fleury: “Ho scritto a Torino le mie rimostranze; i dettagli di cui veniamo a conoscenza sono tali da far ritenere che essi alieneranno tutti gli onesti dalla causa italiana. Non solo la miseria e l’anarchia sono al culmine, ma gli atti più colpevoli e indegni sono considerati normali espedienti: un generale, di cui non ricordo il nome, avendo proibito ai contadini di portare scorte di cibo quando si recano al lavoro nei campi, ha decretato che siano fucilati tutti coloro che sono trovati in possesso di un pezzo di pane. I Borboni non hanno mai fatto cose simili – Napoleone“.

Le carceri erano strapiene di decine di migliaia di detenuti politici che versavano in condizioni disastrose. L’On. Ricciardi con un suo intervento, nella tornata parlamentare del 18 e 20 aprile 1863, affronta il problema generale sia dello stato disumano delle carceri, che del lento corso della giustizia e dell’arbitrio delle forze di polizia e porta a conoscenza dell’Assemblea dati di fatto incontrovertibili. Solo a Palermo imputridiscono “seminudi e tra vermi” 1.400 prigionieri; alla Vicaria di Napoli sono stipati ben 1.000 “I più fra questi non sono stati neppure interrogati, e giacciono poi tutti in carceri orribili tanto quanto le carceri di Palermo. Alcuni si trovano imprigionati da 22 mesi! Santa Maria Apparente è una villeggiatura in confronto di tutte le altre che ho visitate […] Il pane che si da ai carcerati è tale che io non l’augurerei al conte Ugolino […] La vita e la libertà dei nostri concittadini dipende dal capriccio di un capitano, di un luogotenente, di un sergente, di un caporale“. Il perché di questo elevatissimo numero di prigionieri è attribuito dal Ricciardi a tre cause fondamentali: “la leggerezza veramente colpevole con cui si procede agli arresti, da un lato dalla Polizia, dall’altro dall’autorità militare; la lentezza, che chiamerò forzosa, dell’istruzione di tanti processi, stante il piccolo numero d’istruttori; citerò in 3° luogo il doversi per piccoli reati aspettare il giudizio delle Corti d’Assise, anziché quello dei Giudici di Mandamento o dei tribunali dei circondari.

Cfr : Fulvio Izzo, “I lager dei Savoia”, Controcorrente editore


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