L’ORTO DEI T’URAT: DAL SALENTO – UGENTO – UN’ARMA CONTRO LA DESERTIFICAZIONE

a cura di Giuliana Lubello

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L’ORTO DEI T’URAT: DAL SALENTO – UGENTO – UN’ARMA CONTRO LA DESERTIFICAZIONE

In fondo dal’Italia si combatte la desertificazione, in Salento si svolge l’avanguardia della lotta alla desertificazione nostrana ossia: l’Orto dei T’urat, a Ugento, Lecce.
La tecnica è antichissima, e risale a circa 9-8000 anni fa verso la fine dell’ultima glaciazione del Wurm. I primi popoli che adottarono questa forma di ingegneria idraulica furono gli antichi abitanti della regione del Negev una delle prime regioni del medio oriente a cui capitò di subire il processo di desertificazione. Si sperimentarono vari tipi di sbarramenti e/o drenaggi per captare e conservare anche la singola goccia di acqua. E’ da questo tipo di sapere arcaico studiato in modo approfondito dalle ricerche di Pietro Laureano, che abbiamo potuto di sviluppare l’idea dei t’urat.
E’ utile una premessa, le pietre usate per la realizzazione non sono state dissotterrate dal terreno, ma sono stati utilizzati cumuli di massi molto grandi, già sbancati e accatastati in alcuni campi fin dall’epoca della costruzione dell’acquedotto pugliese, realizzato durante il ventennio fascista.
Per questo si può affermare che la realizzazione è stata a basso impatto ambientale ed a km zero.
Per quanto concerne il tempo di realizzazione, è stato impiegato quasi un anno. Ogni pietra è stata presa per mano ed opportunamente adagiata con un proprio incastro, sia per la facciata e sia la parte interna che non si vede. Il realizzato ha un valore pari a 50.000,00 euro , considerato trasporti, riduzione in pietre più piccole, mano d’opera e spese varie. Naturalmente tutto autofinanziato.
Un T’urat è una enorme siringa che inietta acqua al suolo. E’ comunemente definito condensatore o captatore di aria umida, il suo posizionamento è ricavato dallo studio della direzione dei venti umidi in quel determinato territorio.
I T’urat , sono posizionati esattamente a 230° a Sud-Ovest e cioè di fronte al Libeccio, Il vento che nel Salento sud-occidentale è il più umido in assoluto, poiché partendo dalla Libia (da cui prende il nome) attraversa circa 550 miglia di mediterraneo e giunge in quel lembo di territorio praticamente carico di acqua, e andando a sbattere contro le pietre calcaree delle mezzelune e nei suoi interstizi, attraverso la fase di condensazione si producono pellicole di acqua dello spessore di 6/10 di millimetro che comunemente chiamiamo rugiada e che, attraverso l’escursione termica giorno/notte, percola nel terreno mantenendolo costantemente umido. E’ necessario aggiungere che questo tipo di irradiazione della rugiada nel terreno avviene poiché una grande massa di pietre assolutamente a secco (senza aggiunta di leganti di nessun tipo) captano costantemente gocce di aria umida spinte dal libeccio ed anche dallo scirocco che giunge dal canale d’Otranto. I T’urat funzionano Come le reti dei pescatore in mare aperto, nel momento in cui i pesci vanno a sbattere contro la rete, vi incappano sia che giungano da un verso che dall’altro.
I T’urat hanno una facciata concava e verticale rivolta verso Libeccio e una facciata convessa detta schiena d’asino rivolta a scirocco e levante. Le principali sorgenti di umidità per la formazione di rugiada sul suolo o sulla superficie dei t’urat sono in particolare:
– umidità relativa;
– velocità del vento;
– ruvidezza della superficie;
– raffreddamento superficie.
La quantità massima è in autunno/inverno con notti limpide per via della abbondante umidità nell’aria.
Da prove di laboratorio si è visto che la quantità di acqua condensata è determinata a seconda del livello e del periodo di tempo a cui la temperatura della superficie solida scende sotto il punto di rugiada, dalla umidità contenuta nell’aria e dalla ventilazione.
Campioni di pietre esposte in campo aperto confermano quanto detto ma con alcune anomalie dovute alla porosità. Il materiale con cui sono costruiti i T’urat è pietra di calcare (Pietra d’Alessano – Paese in Provincia di Lecce) a bassa porosità (< 1 %) e quindi con scarso potere assorbente di acqua vista la funzione a cui sono preposte. La “Pietra d’Alessano” confrontata ad altre tipologie di pietra, conferma la scarsa attitudine ad assorbire acqua. Questo tipo di calcare inoltre presenta un bilancio energetico negativo durante il raffreddamento notturno ragion per cui quando le condizioni ambientali sono favorevoli (cielo limpido, elevata umidità nell’aria) sulla loro superficie si deposita per condensazione uno strato di acqua che nel momento in cui la temperatura delle pietre scende sotto il punto di rugiada diventa goccia si stacca dal supporto calcareo e cade al suolo. Una volta catturata l’acqua come viene utilizzata per l’agricoltura. I semi vengono messi dentro la struttura di pietra. L’acqua di condensazione fornita al suolo dai t’urat risulta utile sotto diversi aspetti:
a) innalza il livello della falda freatica sotterranea e quindi i capillari radicali sono meno soggetti a condizioni di stress idrico e di conseguenza si assicurano condizioni vegetative ottimali per le piante. Si evita il ricorso a prelievi idrici dal sottosuolo tramite l’ausilio di pozzi artesiani, essendo questa la pratica più ricorrente nella zona per ovviare al problema idrico. Tutto ciò ha un duplice effetto positivo dovuto al fatto che non si riportano in superficie i sali disciolti nella falda marina che si infiltra dalla costa (siamo a soli 3 km dal mare) e di conseguenza non si avvia la salinizzazione del suolo che è il preludio al fenomeno della desertificazione. Inoltre, non alterando i volumi idrici del sottosuolo, si evita il fenomeno della subsidenza, ossia dell’abbassamento del livello della crosta terrestre per i vuoti che si creano con l’emungimento freatico.
b) l’acqua di condensazione che si deposita lentamente nel terreno durante la notte o all’alba non provoca nessun effetto battente di gravità sulla struttura del terreno, tipico invece dell’azione delle piogge violente o dell’irrigazione per aspersione; da ciò ne consegue una limitata erosione del suolo e quindi si evita anche, secondo questo altro aspetto, l’innesco del fenomeno della desertificazione. In più le perdite di acqua per evaporazione sono molto contenute visto che l’acqua di condensazione percola nel suolo durante la notte. Il progetto prevede una ricostituzione floristica della vegetazione sia spontanea che a vocazione agricola ad alto contenuto di biodiversità. La disposizione in sito delle piante prevede una razionale collocazione a ridosso delle strutture a secco in funzione delle esigenze climatiche delle specie piantumate, ad esempio le piante più sensibili alle basse temperature e a rischio di gelate invernali e primaverili verranno esposte verso il mezzogiorno riparate dalle mezzelune a secco.
Inoltre le piante a maggiore esigenza idrica saranno trapiantate ad una distanza minore dai condensatori di umidità dove il contenuto di acqua del suolo è maggiore.
Le specie interessate all’operazione di piantumazione tra i muri a secco:
Olivo varietà Cellina di Nardò e Ogliarola leccese, Fico, Gelso nero, Mandorlo, Albicocco, Melograno, Pistacchio, Fico d’India, Nespolo del Giappone, Agrumi, Pero, Cappero, Carciofo, Timo, Salvia.
Al termine dell’operazione di piantumazione intorno ad ogni pianta messa a dimora si prevede la disposizione a raggiera di un cumulo di pietre atte ad assicurare un’umidità al suolo per condensazione e nel contempo a ridurre l’evaporazione di acqua per meglio favorire l’attecchimento radicale della pianta.
Le piante spontanee ed arbusti utilizzate nella zona prevista a vegetazione naturale:
Leccio, Quercia coccifera, Quercia da sughero, Quercia vallonea, Cipresso comune, Carrubo, Acacia floribunda, Pino d’Aleppo, Eucalipto, Mirto, Alloro, Corbezzolo, Oleandro, Rosa selvatica, Rosa di macchia, Lentisco, Fico d’India, Rosmarino, Lavanda, Ginepro ecc.
I T’urat sono dodici per ora, altri possono esserne realizzati, il funzionamento equivale ai normali muretti a secco o ai giardini chiusi tipici del Salento, di Pantelleria o alle terrazze drenate della Liguria. C’è da dire che più la massa calcarea è grande, maggiore è la condensa che viene rilasciata al suolo. Ma soprattutto l’idea nasce in un territorio preciso quale il Salento per ordini di motivi legati alla assoluta assenza di fiumi o corsi d’acqua superficiali, un territorio a rischio desertificazione e con il maggiore tasso di emungimento di acqua per l’agricoltura selvaggia con colture scollegate dal territorio.
Non si conoscono altre esperienze simili legate alla progettualità del territorio basate sul recupero delle acque attraverso i venti. Esiste una bella realtà sull’isola di Pantelleria dove secoli or sono fu creato il giardino Pantesco realizzato con muri a secco circolari con all’interno un agrumeto che si nutriva della sola umidità delle pietre e delle piogge. E poi in Israele dove vi sono realtà simili. Progetti del genere nascono ed hanno senso di esistere in regioni e territori come la Puglia, parte della Sicilia e generalmente nei territori aridi ad elevato rischio di desertificazione, salinizzazione ed erosione del suolo.
L’Orto dei T’urat è stato definito un progetto pilota per il semplice motivo che un territorio come il Salento non può permettersi tanto dispendio d’acqua, quindi la scommessa sta nell’irrigare l’orto con la sola acqua che viene dalla pioggia dai venti e dalle nebbie.
Nei decenni a venire saremo tutti costretti a fare i conti con la scarsità di acqua in maniera esponenzialmente vertiginosa. Produrre acqua dai venti è una maniera utile per ricordarsi del luogo in cui si vive, dando dignità alla storia di questa terra e non forzare il braccio di ferro ed assoggettarla ai propri desideri.
I venti, però, non contengono tutti la stessa quantità di acqua. Tutto cambia a seconda che una città regione o paese sia sulla costa o nell’entroterra oppure che un vento soffi dal mare o attraversi decine di chilometri di terraferma. A Gallipoli che si trova sul litorale jonico. Il risultato è che il libeccio che spira da sud-ovest giungendo a Gallipoli arriva carico di umidità quasi bagnato, mentre, giunge a Lecce con una percentuale di umidità leggermente minore. Ad Otranto, lo scirocco che spira da sud-est è più carico di umidità rispetto a quando giunge a Gallipoli.

Giuliana Lubello
Bibliografia: Pietro Laureano, Jared Diamond


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