Le Terre dell’Arneo

di Giovanni Greco

Le Terre dell’Arneo

ARNEO – Tra il 1949 e il 1951 migliaia di contadini furono privati delle terre e si misero in guerra contro lo stato. La guerra consisteva nell’occupazione pacifica dei terreni agricoli dell’Arneo nel Nord Salento. La repressione fu ABNORME. Lo “stato” attuò una strategia del terrore. E i contadini furono chiamati “eversivi”, “turbolenti” … sol perchè chiedevano terra da coltivare. Molto simile alle vicende delle TABACCHINE (qui il link) – Le tabacchine del Salento, nel ‘900 si ribellarono alle tirannie imposte dall’alto; e la lotta perdurò per quasi un secolo; dal 1883 sino all’epoca del fascismo e poi negli anni ’70 del Novecento. In molte morirono sotto i fucili dei gendarmi. Ma le tabacchine volevano “lavorare”. Solo cinquanta anni or sono, molti, tanti, troppi paesi del Salento furono preda del panico per gli abusi di potere e furono decenni di fame, pianti, carcere e morti per mano di vigliacchi. E in migliaia scesero in strada e nelle piazze.

«L’Arneo è un grosso bubbone sull’incrocio delle tre province che formano il Salento: Lecce, Brindisi e Taranto. Ma dei 42.000 ettari che occupa e che sottrae alla vita delle popolazioni, la parte maggiore, e per disgrazia la più deserta, la più ispida e priva d’acqua, di comunicazioni e di ogni altro segno umano che non siano i cartelli di caccia riservata rientra nella Provincia di Lecce».
Vittorio Bodini 1951

ARNEO – i contadini in guerra CONTRO  lo stato

Vittorio Bodini raccontò le lotte contadine e dei braccianti del Salento dell’immediato dopoguerra. L’Arneide, Tra il 1949-1950 ed il 1950-1951,  quando migliaia di contadini occuparono le immense distese di terreni agricoli del comprensorio dell’Arneo nel Nord Salento.

  • Le terre dell’Arneo, sono un grande e vasto latifondo tra le provincie di Lecce, Brindisi e Taranto che all’epoca era completamente incolto e con prevalenza di macchia mediterranea molto cespugliosa e di pascoli spontanei. Quasi tutta questa terra era piena di pietre. In totale era formata da 42.000 ettari di terreno «Da Nardò a Taranto non c’è nulla, c’è l’Arneo un’espressione vagamente favolosa come nelle antiche carte geografiche quei vuoti improvvisi che s’aprono nel cuore di quelle terre raggiunte dalla civiltà» [Vittorio Bodini, L’aeroplano fa la guerra ai contadini,in Barocco del Sud, Besa Editrice, Nardò, p.120.]
  • La proprietà di questo terreno apparteneva in grossa parte ai latifondisti e al Barone Achille Tamburrino di Maglie. Oltre la metà del territorio coltivabile in Puglia era di proprietà di latifondisti, che avevano bloccato la formazione della Arneo2piccola proprietà fondiaria [Mario Proto (a cura di) Agricoltura, Mezzogiorno, Europa, A cinquant’anni dalle lotte contadine nell’Arneo e nel Salento, p. 188].
  • In quegli anni i contadini e le contadine dei paesi del Nord Salento hanno lottato duramente per riappropriarsi delle terre reclamando il ‎loro diritto a coltivare terre incolte; terre che quasi sempre erano di proprietà di grandi latifondisti meridionali.‎
    Già il 12 maggio del 1950 il Ministro dell’Agricoltura Segni sviluppò la famosa ‎riforma agraria, con i buoni auspici di espropriare chilometri di terre per poi ‎assegnarle a tanti contadini, e quindi creando migliaia di piccoli proprietari terrieri.
  • A queI ‎contadini, che partiti soldati eran tornati dalla guerra, a loro fu promesso un “tomolo” di terra. Ma fu assegnato realmente un tomolo di terra ad ognuno? Molti testimoniano che percepivano questo tomolo solo se lo pagavano “mille lire”.
  • Per di più anche se furono espropriati ‎‎800.000 ettari di terre incolte, di queste solo 650.000 erano del Mezzogiorno. Ma la Provincia di Lecce ne fu esclusa : quindi le terre dell’Arneo una infinità di terreni incolti, rischiavano di restare tali e senza dare lavoro alcuno a tutti quei contadini che reclamavano pane terra e lavoro. Questi ettari di terre della zona ‎dell’Arneo erano quasi tutte terre incolte usate per lo più per la caccia dai loro ricchi proprietari aristocratici locali. In particolare il senatore Tamborrino, che era proprietario di 28.000 ettari di terre ‎dell’Arneo.
  • Ecco che nel dicembre del 1951 da Nardò, Carmiano, Leverano, Veglie, Salice Salentino tutti esasperati dalle promesse mai concretizzate, si riunirono quasi tremila contadini proprio in quelle campagne incolte dell’Arneo di proprietà del senatore Tamborrino; protestavano e reclamavano terra pane e lavoro. Erano in migliaia e tutti chiedevano che quella riforma agraria fosse applicata anche nella provincia di Lecce. ‎
  • La risposta dello Stato fu invece violenta e barbara nel “vano” tentativo di reprimere la protesta popolare.
    Quando il Ministro degli Interni Scelba seppe dell’occupazione dette ordine alle forze di pubblica sicurezza, guidate dal commissario Stefano Magrone di reagire fermamente alle dimostrazioni. Fra il capodanno 1951 e il tre gennaio la reazione non si fece attendere e, con lancio di lacrimogeni e azioni di blocco stradale i contadini furono scacciati.
    E furono uccisi contadini che chiedevano terra pane e lavoro.
    E centinaia di carabinieri spararono e incendiarono le biciclette di quei contadini.
  • A quel tempo la bicicletta rappresentava concretamente una grande ricchezza per i braccianti e non tutti la possedevano; era l’unico modo ‎per raggiungere campagne lontane.‎
    E nel dicembre del 1951 dopo l’ennesima carica la polizia sequestrò ai manifestanti centinaia di biciclette e ne bruciò ben 150, insieme alle provviste alimentari dei manifestanti.
    Il Ministero della Difesa spedì anche un aeroplano per controllare meglio le azioni dei contadini. Il 7 gennaio furono arrestati centinaia di contadini, che successivamente sarebbero stati processati. Lo stesso giorno l’Arneo fu inserito nel progetto di riforma della Legge Stralcio In questa occasione le biciclette e le coperte dei contadini furono distrutte dalle forze dell’ordine come rappresaglia.
  • Il processo voluto dai vertici della forza pubblica, in capo al commissario Magrone ebbe come imputati sessanta fra contadini e capilega. Un collegio di avvocati da tutta Italia, dell’area socialcomunista, difese gratuitamente i contadini. Il processo si celebrò fra il marzo e il maggio 1951, e alla fine l’accusa fu smontata e i contadini condannati furono solo in dieci che subirono pene simboliche.

cfr:
http://belsalento.wix.com/belsalento#!le-terre-dellarneo/c1y56

L’Arneide

(Il racconto del rogo delle biciclette e delle lotte contadine del 1951 dalla penna di Vittorio Bodini).

Terra coltivabile! – dice il mio compagno. Siamo nascosti dietro un muretto, fra l’ultimo raggio d’un sole di gennaio che spalma sull’orizzonte una tenera pomata color sangue e il viottolo su cui è passata la motocicletta coi due carabinieri che ci cercano. Siamo in una landa macchiosa che ci circonda a perdita d’occhio, tutta groppe ispide come d’una sterminata mandria di bufali. Solo verso oriente una striscia di sole rimbalzando su un rialzo di terra scopre una piccola costruzione abbandonata, deve essere la torre del Cardo, dove dicono vi sia un tesoro sotterrato.L’abbandono dei luoghi, che furono fino a un secolo fa ricetto di briganti, e la miseria profonda dei paesi che vivono intorno all’Arneo sono buon alimento a simili leggende. Ancora oggi l’Arneo potrebbe essere la scena per un nuovo Giuliano, che oltre alla topografia favorevole potrebbe contare sull’appoggio della popolazione.Se è quella la torre del Cardo, è di là che fece la sua comparsa l’aeroplano che coadiuvò le forze di polizia nell’attacco del primo gennaio contro i contadini. Il ministro Pacciardi ha smentito la notizia dell’aeroplano. Non potendosi supporre che egli non conosca l’uso che si fa degli apparecchi militari, e poiché la smentita non potrebbe essere a sua volta smentita senza dare di bugiardo al ministro della Difesa, non resta che ritenere bugiarde quelle migliaia di persone che lo videro e ne seguirono le evoluzioni nel cielo dello scontro.Ma aeroplano o no, militare è stata dichiarata per dieci giorni la zona dell’Arneo, e una gior­nalista romana penetratavi due giorni fa è stata fermata e por­tata a Lecce, col suo fotografo. Gli italiani non devono dunque sapere cosa avviene quaggiù? Ma abbiamo un nuovo problema per il Ministero della Difesa: i carabinieri che abbiamo incontrato sulla contrada di Carignano Piccolo sono comandati da un ufficiale dell’esercito.Un trenino di tre vagoni, coi balconcini dietro, come nei western dei pionieri, ci porta alle otto del mattino a Salice: ultimo punto che si può raggiungere in ferrovia verso questa parte dell’Arneo. È con me il corrispondente di un giornale romano.L’Arneo è un grosso bubbone sull’incrocio delle tre province che formano il Salento: Lecce, Brindisi e Taranto. Ma dei 42.000 ettari che occupa e che sottrae alla vita delle popolazioni, la parte maggiore, e per disgrazia la più deserta, la più ispida e priva d’acqua, di comunicazioni e di ogni altro segno umano che non siano i cartelli di caccia riservata, rientra nella provincia di Lecce: 28.000 ettari, di proprietà quasi tutti del senatore Tamborrino. La popolazione del Leccese è tutta ammucchiata e compressa dal lato dell’Adriatico; sul ver­sante ionico, da Nardò fino a Taranto non c’è nulla, c’è l’Arneo, un’espressione vagamente favolosa, come nelle anti­che carte geografiche quei vuoti improvvisi che s’aprivano nel cuore di terre raggiunte dalla civiltà. Da notare che Tamborrino, e ora i suoi figli a cui le ha intestate, non paga­no tasse per queste terre considerate improduttive.A Salice prendiamo una vecchia corriera in cui sono pigiati quindici contadini e un bambinuccio di pochi mesi infagottato in uno scialle celeste. Sono piccoli agricoltori delle province di Brindisi e Taranto che vanno, dicono, a Veglie a ordinare i mobili per una sposa. È strano che lo facciano in tanti. Appena sentono parlare di Arneo si chiudono in un mutismo diffidente. Solo un vecchietto dal viso quanto una mela dice che loro l’Arneo lo conoscono solo per le tasse che gli fanno pagare: – Paghiamo per la bonifica che non s’è mai fatta e per la strada da Jaco Rizzo a Porto Cesareo finita già da quattro anni. Non so quanto paghiamo, è tutto scritto sulle cartelle della Fondiaria.Da quanti anni pagate? Da quando ero così grande – dice il vecchio indicando il neonato.Veglie: diecimila abitanti, un’aria da paese greco; la corrie­ra deve fermarsi e aspettare un passaggio di capre, poi di donne vestite di nero che escono dalla chiesa portandosi appresso la sedia di casa. Le ragazze sono vestite di flanellina rosa, con le calze di lana nera fatte a mano. Sulla piazza sono riuniti gli uomini in capannelli. Per un comizio che vi hanno tenuto ieri sera, il Prefetto ha ordinato la chiusura per quindi­ci giorni del cinema Trento e Trieste. È il mattino dell’Epifania: a molti di questi uomini le feste hanno portato quest’anno la perdita del loro unico bene: la bicicletta.«È la cosa più atroce che si poteva fare a un figlio di mamma!» ho sentito dire da più d’uno che avrebbe preferito perdere un figlio. Un figlio lo si sostituisce fin troppo presto, ma la bicicletta distrutta significherà migliaia di chilometri a piedi e notti passate nella nuda campagna, anche d’inverno.All’uscita da Veglie brulicano le vigne come un fumo ros­sastro e sotto gli ulivi è una festa di pratoline bianche o gialle. Queste terre facevano parte anch’esse dell’Arneo, a cui sono state strappate, e mostrano una terra rossa e succosa. A Monteruga basta guardare da lontano il gruppo di case rosse della SEBI per rendersi conto che è un gioiello d’azienda. La macchia comincia bruscamente alle Case Arse: di colpo la campagna perde la sua aria di gentile pazienza e nonostante la mite mattinata invernale si fa ingrugnita e selvatica. Dei car­telli avvertono che è zona di caccia riservata. Riservata, pos­siamo aggiungere, a non più di cinque o sei nomi di feudata­ri. Le schegge che ricoprono il letto della strada schizzano con­tro i parafanghi: qualche gazza bianca e nera che cercava chis­sà che cibo fra le pietre si alza in volo. Non abbiamo visto per oltre quindici chilometri che un cacciatore e tre vacche. Ma ecco all’entrata di Carignano Piccolo un uomo su un calessi­no, il fucile fra le ginocchia e mezzo sigaro in bocca. E il fattore di Tamborrino. – Tutto calmo, grazie a Dio. Ormai non c’è più niente da fare per quei facinorosi. – L’avete visto, voi, l’aeroplano? – Io no. Ma l’hanno visto in molti. – Credete che ci sia veramente disoccupazione fra i contadini? – Ce n’è, ma se sono disoccupati vuol dire che non sono degli agricoltori veri. Gli agricoltori veri la terra ce l’hanno – dice con disprez­zo. – Ma è vero che Carignano Piccolo è tutto terra incolta? – Nossignore. – Cosa c’è? – Coltivabile e boscaglia. – Ho capi­to. E alle Fattizze? E a Cola Rizzo? – Lo stesso.Sul sentiero per Carignano incontriamo due pattuglie di carabinieri. Il comando è su una salitella da cui ci viene incon­tro un tenente, mentre una trentina di carabinieri che gioca­vano a pallone, alla vista dell’automobile, si dispongono in squadra e fanno evoluzioni militari. – Questa è zona militare – dice l’ufficiale restituendoci i documenti. – Dovete uscirne immediatamente. – Ma voi siete ufficiale dell’esercito! – Sono in esperimento – risponde un po’ sconcertato. – E l’esperimento procede bene?Ci fa cenno di andarcene. Tornati sulla strada il medico di Veglie che ci ha accompagnati con la sua macchina non vuoi saperne di continuare. Siamo a una ventina di chilometri dal più vicino paese, ma scendiamo lo stesso, col rischio di non trovare un mezzo per il ritorno. A Boncore le macchie messe in coltivazione dai contadini dopo l’occupazione dell’anno scorso danno un grano già verde, alto cinque dita, che trema al vento sulla terra rossa, e hanno aperto una piccola cava. Cominciò un anno fa di questi tempi la lotta dei contadini per la redenzione della parte incolta dell’Arneo. Dopo diversi giorni di occupazione e di scontri con la polizia ottennero la promessa di 4.500 ettari da parte dei proprietari e del Prefetto. Se ne distribuirono 890, poi tutto si arenò. A distanza giusta di un anno i contadini son calati di nuovo sull’Arneo il 27 dicembre ultimo. Tremila braccianti provenienti da tutti i paesi limitrofi: Nardò, Carmiano, Leverano, Veglie. Strappo un filo di grano e lo metto fra i denti: è il primo frutto d’una terra riscattata al più stupido feudalesimo. Ecco là di fronte, come un termine di confronto, una boscaglia di ulivi selvatici ai cui piedi si aggroviglia la fratta. Tre carbonai di Calimera la stanno disboscando per ordine di Tamborrino, per non lasciarvi nulla, nel caso che i carabinieri non riescano a con­servargliela. I carbonai in questi giorni sono stati mandati via e hanno ripreso oggi. – Perché proprio oggi che è l’Epifania? – Stanotte si sono ritirati i contadini che occupavano il bosco su Cola Rizzo -. Li lasciamo e troviamo un uomo nella fratta. Ci stava spiando. – Dov’eri il primo dell’anno? – A casa mia, a passare la festa con la famiglia. – È vero dell’aeroplano? – L’ho visto coi miei occhi. Era bello grande, e tutto scuro. Spuntò da dietro la torre del Cardo e stette un’ora girando anche a bassa quota e segnalando la zona. – Allora eri qua? – Sì, ma ora non vi dico più nulla. – Nemmeno dove stanno i resti delle biciclette bruciate? – Li hanno portati alle Fattizze. Erano una sessantina. Centocinquanta biciclette sono state portate a Lecce. Per andare alle Fattizze occorre passare da Carignano, davanti ai carabinieri. Risolviamo di arrivarci dalle spalle. Dopo un’ora di cammino ci imbattiamo in quattro ragazzine che raccoglievano ulive selvatiche cadute dagli albe­ri. Potevano avere fra i dieci e i dodici anni, magre, vestite d’una gonnellina lacera e di scialletti colorati, la bocca tutta orlata di nero. Ci mostrano i sacchetti dove tengono le ulive, piccole e vizze, tutte nocciolo. – Non abbiamo ancora fatto cinquanta lire di ulive da stamattina. – Fra tutte quattro? E tu, perché ne hai così poche? – Aveva fame e se l’è mangiate – dicono le altre ridendo.È con loro un ragazzo che torna dalla cava. Ci mostra il permesso per entrare all’Arneo: è firmato dal commissario della Democrazia Cristiana di Veglie. Tamborrino, Democrazia Cristiana, Polizia, Esercito: che stra­na mescolanza di poteri sull’Arneo! Il foglio attesta che il gio­vanotto non è iscritto ai «compagni». – Hai visto l’aeroplano? – Sì, fece due fumate proprio qua sopra -. Gli offriamo denaro per farci da guida alle Fattizze; esita un po’, poi rifiuta.- State attenti – ci grida una delle ragazze mentre ci allon­taniamo. – Ieri è passato di qua un cristiano ben vestito, portava persino gli occhiali, e lo hanno messo in caggiòla.Raggiungiamo la cava e una casupola, a cui ci affacciamo. Un giovane dal viso intelligente si alza da una brandina, infila le scarpe e ci invita a entrare. – Sì, ho visto ogni cosa ci dice. – Il giorno 27 dicembre ero sulla cava. I contadini sbucarono all’improvviso da tutte le parti. Uscivano dai cespugli come gli indiani quando fanno la guerra. Saranno stati tremila. Si accamparono tutt’intorno. Io rimasi qui dentro fino al pomeriggio, poi pensai: perché dovrebbero farmi del male? Uscii, stavano mangiando. Mi invitarono, ma mi parve brutto togliergli cibo a loro che lo avevano misurato per rimanere qui. Accettai mezzo finocchio per far vedere che gradivo. Il giorno seguente i carabinieri spararono e gettarono bombe lacrimogene. I contadini si dispersero e tornarono subito, e tutto rimase tranquillo fino alla mattina dell’ultimo dell’anno. Quel giorno trecento carabinieri di rinforzo arrivarono e restarono rinchiusi tutta la mattina nella casa di Carignano. Uscirono il pomeriggio a gruppi di due o tre, mescolandosi ai contadini e spargendo la voce che il governo era dalla parte dei braccianti; che quel giorno era Capodanno e loro la notte se ne sarebbero andati. E così fu. Allora i contadini fecero la legna perché si scaldassero i carabinieri che erano rimasti a Carignano, poi se ne andarono quasi tutti a passare fine d’anno in famiglia. Qui ne rimasero solo due o trecento. All’alba venne l’aeroplano, un trimotore grigioscuro, e fece segnala­zioni, poi i carabinieri, che avevano finto di andarsene, piom­barono sui contadini e cominciarono a picchiarli col manga­nello e col calcio dei fucili. Durò parecchie ore, perché i contadini dopo che si erano dispersi tornavano di nuovo. Alla fine ne rimasero una quarantina, dei più disperati, che vole­vano riprendersi la bicicletta. Li arrestarono e li picchiarono. Sulle strade intanto altri carabinieri prendevano quelli che tornavano dai paesi. Poi si alzò un fumo, ed erano le baracche, le robe e le biciclette dei contadini che i carabinieri facevano bruciare. – E ora? Credete che torneranno ancora? – Così ho sentito dire. Dicono che verranno con quelli di Taranto e di Brindisi.Ecco come degli uomini hanno passato la notte di san Silvestro del mezzo secolo. A quest’impari lotta, come idoli indolenti assistettero le vacche del senatore Tamborrino. Sono vacche grige e lustre, dalle corna larghe e l’andatura impudi­ca: le statistiche ne danno una per chilometro quadrato. Andiamo ancora per macchie, per terra rocciosa, per pascoli, poi le Fattizze, dove riusciremo a trovare pane nero e ricotta, ma non i resti delle biciclette. Anzi arriva una pattuglia in cerca di due giornalisti e bisogna filare e nascondersi nella macchia. Sulla cava il fratello del cavamonti ce ne conferma il racconto. Vide l’aeroplano. Gli mostriamo il giornale con la smentita di Pacciardi. – Il ministro non può fare che io non l’abbia visto -. Mi sembra un uomo sincero, come il fratello, e mi dispiace di doverlo considerare, sia pure solo ufficial­mente, un bugiardo. Ci mostra in lontananza il pozzo dove i carabinieri bruciarono le biciclette; i resti li portò via in tre viaggi di carro il guardiano delle vacche di Tamborrino. Troveremo il guardiano dietro un muretto. L’ombra comincia a scendere nel sottobosco, e le pietre prendono un’aria di teschi di animali preistorici. Non è proprio al pozzo che sono state bruciate, ma un po’ prima, presso il «paretone». C’erano trecento metri da fare, alla vista d’una decina di carabinieri che giocavano a pallone. Servivano da porte due coppie di ulivi selvatici, ma c’era qualcosa di strano nel loro modo di giocare: inseguivano il pallone burberamente, come se rappre­sentasse ai loro occhi una illegalità da punire.Arriviamo carponi dove il terreno è tutto coperto di segni dei feroci falò. Si vedevano forme intere di pani carbonizzati, cocci di bottiglie, brandelli di coperte e cappotti. Pare che fra gli arrestati trovarono anche bottegai di paesi vicini: – E voi che c’entrate con l’occupazione delle terre? – Qualcuno bisognava pure che gli desse da mangiare. Questi ci devono tutti dei soldi. Chi settemila, chi sei, chi cinque, chi tre. Sono brava gente, non potevamo farli morire di fame. Se avessero ottenu­to un po’ di terra da lavorare ci avrebbero pagato i debiti.Ecco il falò delle biciclette: fra le ceneri si vedevano ancora pompe contorte, pezzi di campanelli e del cuoio dei sellini. Perdemmo dieci minuti per fare una fotografia che doveva risultare inservibile per la stampa. L’ultima luce del giorno sembrava si fosse tutta rifugiata, e impazzita, nel mirino della macchina. Avvolsi i resti di quattro pompe in un giornale che avevo in tasca, e in cui si diceva che i contadini si erano bruciate essi stessi le biciclette. Bisognava tornare a Veglie, quasi venti chilometri a piedi. Non incontrammo per via che un biroccino di zingari da cui penzolavano un mucchio di gambe di bambini addormentati.Era un magnifico luogo da delitti! Improvvisamente una lanterna accesa fra gli alberi ci guidò a una masseria. – Paesano! – gridai avvicinandomi. La lanterna si spense. Nessuno rispose. – Sta’ attento. Torna indietro – gridò il mio compagno. Partì uno sparo e la palla fischiò fra le foglie a un metro dal mio cappello. Ci mettiamo a correre, con tutta la stanchezza della giornata. Veglie: un caffè doppio e alle otto di sera né un mezzo per tornare né un albergo. Contrattiamo per un furgoncino, ma arriva un tale e fa un segno al padrone; ci dice che non può essere, che non funzio­nano i fanali. Poi vengono tre contadini e dicono che ci troveranno loro il mezzo.Usciamo dal bar, arrivano altri tre uomini e ci portano via ai primi. Ci portano in una stanzuccia male illuminata, piena di contadini e cominciano a interrogarci. Che cosa siamo andati a fare sull’Arneo? Cosa cercavamo? Erano già al cor­rente d’ogni nostro passo.- Come possiamo fidarci di voi? Qui è ogni giorno un nuovo trucco per arrestare i nostri compagni -. Allora io cominciai a scartare il pacco sul tavolo: – Ecco qua -. E mostrai i quattro tubi scontorti dal fuoco. Non li guardavo in faccia, ma sentivo nell’improvviso silenzio la loro commozione, come se avessi mostrato i cadaverini dei loro figli. Ci fu uno scoppio d’ira.- Maledetti! Ma perché una cosa così stupida? Se avessimo avuto armi e ce le avessero bruciate! Ma le biciclette per andare a lavorare! – Non è stata una cosa stupida. È stata una cosa furba. Non c’era nulla di più perfida­mente efficace per colpirli dritto al cuore. Ma i fanali del fur­goncino s’erano messi a funzionare. – Ci dispiace di ciò che penserete di noi per l’accoglienza fattavi – mi dissero mentre partivano. – La prossima volta che ci andate fatecelo sapere in tempo. Veniamo con voi.

Vittorio Bodini

https://www.youtube.com/watch?v=FpyPRe1px00&feature=youtu.be


a cura del dott Giovanni Greco

i miei viaggi in Europa dal 1996 al 2014 – Giovanni Greco

AsimovSe la conoscenza può creare dei problemi,
non è con l’ignoranza che possiamo risolverli
(Isaac Asimov)

 

 

 

 

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