Le “CARCARE” – Il mestiere della produzione della calce nel Salento

di Giovanni Greco

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Le “CARCARE” – Il mestiere della produzione della calce nel Salento

La “carcara” nell’Arneo era un tipo di forno che riduceva la pietra calcarea in calce. Questo mestiere era conosciuto sin dai tempi dei greci e dei romani ed è rimasto quasi inalterato sino agli anni ’80 del Novecento. Il “carcaturu” era l’umile lavoratore di questi forni; e spesso i carcaturi erano bambini.

La produzione e l’utilizzo della calce, ha origini molto antiche. Sappiamo che già i Messapi hanno utilizzato la calce per realizzare le loro abitazioni, ma sotto forma di malta. Vitruvio e Plinio il Vecchio ci informano che la calce fu scoperta casualmente a seguito dello spegnimento dell’incendio di un edificio interamente costruito in pietra calcarea. Successivamente nel IV secolo a.C. Greci e Fenici diffusero l’uso della calce nel Mediterraneo. Mentre per l’edificazione delle cinte murarie a difesa delle polis preferirono impiegare a secco enormi blocchi in calcarenite locale. Con l’ascesa dei Romani la calce venne impiegata per la realizzazione di nuove tipologie costruttive.

Nel Salento  la memoria rurale e popolare dei nostri ruderi delle vecchie “carcare”, testimonia l’uso plurisecolare della calce e dei furneddhri (o furnieddhi). Una  attività proto-industriale ed una tecnica lavorativa antichissima, che ha similitudini sia con l’estrazione del tufo dalle tagghiate, ma anche con il lavoro dei Craunari per la produzione di carbone.

carcare-salentoLe calcare del Salento in genere erano buche di forma circolare; venivano create non lontano dalle fonti del combustibile, che erano carbone, legna da ardere e la pietra calcarea, “calcare dolomitico“. Il processo di trasformazione era rigorosamente manuale. La calce viva veniva lavorata in forni rudimentali in pietra (costituiti con spessi muri), che i nostri antichi progenitori chiamavano “Carcare”. In questi forni avveniva la combustione di svariate fascine di legna, disposte in modo circolare; su di esse quindi si disponevano le pietre calcaree destinate ad essere fuse e a diventare calce appunto.

Le fornaci delle carcare (che arrivava a circa 900°) ricordano molto i furnieddhi o pajare. Erano dei piccoli e modesti opifici nei quali, con immane fatica e sudore, venivano prodotto l’ossido di calcio, materia prima per la produzione della calcina. La calcara era un anello in pietra a secco  alta dai due ai tre metri, dal diametro fra i sette e i dieci metri. Le pareti interne erano rivestite con calce di scarto. Mentre il fondo in genere era scavato nel banco roccioso per oltre un metro, con una apertura laterale utile ad alimentare la fornace. L’ossido di calcio si otteneva scaldando ad elevate temperature la pietra calcarea (carbonato di calcio) contenute nella camera di combustione. Le pietre calcaree quindi, venivano disposte all’interno della “carcara” (a cerchi concentrici sempre più stretti fino a formare una specie di cupola). Alla base invece venivano collocate decine di fascine di frasche (sarcìne) compito questo che spesso eseguito  dalle donne che raccoglievano sterpi per farne delle fascine; e poi le traportavano sul posto della carcara. Quindi si dava fuoco agli sterpi badando che non si spegnesse e rimanesse acceso ininterrottamente per più di ventiquattro ore. Alcuni scrittori come l’Alberti e il Palladio dicono che occorrono almeno sessanta ore di fuoco vivo e continuo per ridurre le pietre in calce. Secondo Scamozzi sono necessarie cento ore, o quattro in cinque giorni. Il duro lavoro dei calcinari (caucinari o carcaluri) era a stretto contatto con l’immane calore dei furneddhi. In essi avveniva la combinazione dell’ossigeno dell’aria con il carbonato (che perdeva l’anidride carbonica) dando luogo all’ossido di calcio. Fiammelle verdi e gialle a fine cottura diventavano azzurre segnalando l’avvenuta trasformazione del carbonato di calcio in ossido di calcio (Ca0), ossia calce viva.

carcareQuando il fuoco veniva spento  le pietre, che si erano quindi trasformate in ossido, venivano scaraventate in una buca scavata nel terreno lunga in media dai due ai cinque metri, larga un pò meno, profonda un metro, un metro e mezzo e riempita di acqua. In questa fase la calce viva (cagge vèrgine) veniva  a contatto con l’acqua contenuta nelle pile, e qui si sprigionava una violenta reazione chimica esotermica con la conseguente produzione di calore tale che l’acqua bolliva e l’ossido di calcio si trasformava in idrossido di calcio. In seguito all’ebollizione istantanea dell’acqua  le pietre fondevano, e qui perdevano quindi gradualmente il loro calore e lentamente diventavano come gelatinose e si trasformavano in una pasta simile al sapone. Durante queste operazioni era molto frequente che l’ebollizione dell’acqua provocasse alcuni schizzi che raggiungevano gli operai addetti allo spegnimento. Era un lavoro duro, pesante e pericoloso in quanto capitavano forti ustioni e anche cecità.

Qui in foto una vecchia Calchiera nel centro storico di Salice Sal (Le) accanto al Sedile

http://belsalento.altervista.org/il-grande-edificio-gotico-del-1300-in-salice-salentino/

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AsimovSe la conoscenza può creare dei problemi,
non è con l’ignoranza che possiamo risolverli
(Isaac Asimov)

 

 

 

 

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