L’ASINELLO PUGLIESE IN ESTINZIONE E LA DEA DEGLI ANIMALI IN JAPIGIA di Tania Pagliara

a cura di Tania Pagliara

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il mulo

L’ASINELLO PUGLIESE IN ESTINZIONE E LA DEA DEGLI ANIMALI IN JAPIGIA

Dalle interviste raccolte nelle zone di confine tra le tre province risulta che l’allevamento e commercio di cavalli ed asinelli è stata una delle risorse principali, da tempi memorabili, fino ai primi del ‘900.
Abbiamo testimonianze archeologiche di questa maestria japigia già dai graffiti del primo uomo europeo nella grotta dei cervi.
Ciò che risulta di nuovo dalle interviste sono gli scambi commerciali avvenuti fino a fine ‘800 tra Sardegna, cupa balentina (tra Brindisi e Lecce) e l’Albania, o meglio qualcuno ha tramandato ‘la Tessaglia’. Cupa balentina, cioè sotto l’influenza della polis di Valesio.
Fino a fine ‘800 nelle zone vicine alla Madonna dell’Alto si incrociavano gli asinelli bianchi provenienti dall’Asinara con quelli provenienti dall’Albania. Questi incroci venivano portati a Martina Franca dove venivano ulteriormente incrociati per far nascere il ‘mulo’ pugliese, più alto e robusto rispetto agli altri.
Quando a fine Ottocento l’Asinara diventò demanio di Stato ed in seguito sede di un supercarcere questi incroci cessarono, stranamente anche l’asino pugliese è in riduzione. Non cessarono gli scambi commerciali di cavalli e cavallini con la Sardegna e l’Albania fino ai primi del ‘900 , ma si tramanda che i cavalli provenissero dalla Barbagia.
L’asino bianco dell’Asinara, equs asinus vor.albina, ha origini incerte. C’è chi tramanda che furono importati dall’Egitto dal Marchese Mores, duca di Asinara, nei primi anni dell’800, chi tramanda un naufragio nel ‘700 di una nave carica di asinelli bianchi provenienti dall’Egitto diretta in Francia, quindi da allora gli asinelli alvini vissero sull’isola in libertà, qualcuno avanza anche l’ipotesi che siano autoctoni, derivanti da una mutazione genetica dell’asino Sardo.
Viene tramandata anche l’esistenza di un custode degli asinelli che provvedeva a controllarli e ad effettuare scambi. Il custode andò via quando l’Asinara diventò demanio e gli asinelli, fortunatamente, proliferarono nell’isola. Oggi l’Asinara è un meraviglioso parco nazionale ed i teneri alvini sono superprotetti.
La testimonianza salentina di scambi commerciali con l’Asinara ed incroci con gli asinelli bianchi nell’800 ci fa credere attendibile la tesi della provenienza egiziana, in quanto essendo una procedura molto più antica ed indispensabile per far nascere i muletti salentini da esportazione, robusti e forti, gli scambi commerciali dell’antichità in Salento erano più numerosi con l’Egitto. Quindi in epoche remote venivano importati dall’Egitto o dalla Mesopotamia, secondo la tesi di alcuni genetisti sardi sull’origine genetica degli asinelli alvini.
Risulta dalle interviste che dagli allevamenti dell’’800 delle zone della cupa, in prossimità della polis di Valesio, gli incroci tra asinello bianco ed asinello dei balcani venivano portati a Martina Franca, incrociati con gli asinelli pugliesi, più alti e robusti, per far nascere il mulo pugliese forte ed unico. Non vi sorprenda questo tipo di incroci, serviva per far nascere asinelli e muli della razza pugliese adattabili al 100% in altri luoghi. Da fine ‘800 in poi cessò questo tipo di incroci non potendo più importare l’asinello bianco sardo. Gli allevamenti degli asinelli e muli pugliesi continuarono a Martina Franca e ci sono ancora, mentre nella cupa balentina si continuò il commercio tra Sardegna ed Albania fino ai primi anni del ‘900.
Il Fogliata nella sua opera del 1910 cita gli asini di Martina Franca come spece autoctona come i migliori per far nascere il mulo pugliese. Lo stesso cita l’esistenza tra questi dell’asino grigio nonostante l’asino autoctono è scuro, quasi nero.
I genetisti hanno molte perplessità sull’origine dell’asino pugliese, qualcuno tramandava che essi fossero degli incroci con asini catalani, ma la notizia è stata smentita. I più ritengono che sia una specie nata sulle murge, che si siano selezionati robusti ed alti per la morfologia delle colline.
Le testimonianze raccolte nella cupa, confrontate con i pochi documenti storici, rivelano intanto uno scambio tra gli allevatori delle zone dell’alto Salento già da prima della messapia, essendo Martina Franca una frontiera tra Messapia e greci di Taranto. Testimoniano un modo antichissimo ed andato perduto per incrociare l’asino pugliese per renderlo adattabile a qualsiasi territorio. Testimoniano inoltre scambi commerciali di cavalli già ai tempi della Japigia.
La tecnica antichissima di incrociare l’asino pugliese con l’asino bianco è anche segnalata dall’esistenza di un culto antico legato alle messi, nato da arcaiche influenze mesopotamiche della dea Iananna. I genetisti sostengono che l’asino sardo, di conseguenza anche l’alvino, abbia origine Etiopica ed esportato in epoche remote in Egitto e Mesopotamia.
La testimonianza di questi antichi scambi tra genti dell’Asia Minore, l’oriente ed il bacino mediterraneo sta proprio nella denominazione sarda dell’asino: AINU.

  • Il popolo Ainu è una misteriosa etnia indoeuropea che vive sulle isole giapponesi da quasi 6.000 anni.
  • Ainos è anche un termine ellenico per indicare ‘i popoli che provengono dalla tessaglia’.
  • Ainoli è anche uno dei borghi messapici e casale medioevale vicino alla serra della Madonna dell’Alto, dove avvenivano gli incroci con gli asinelli bianchi.
  • Ainu in lingua ainu vuol dire ‘io ho uno spirito’ o ‘io sono umano’.

L’ultima asinella bianca vissuta in Salento era di mia mamma, i miei bisnonni infatti erano commercianti ed allevatori di cavalli. L’asinella, di nome Gina, veniva trattata come un membro della famiglia, un trattamento quasi divino, giocava con i bambini e li accompagnava nei loro spostamenti, ovviamente quando il paese era immerso da verdi campagne, dove Gina trottorellava libera e felice. Era un’asinella alvina, ma proveniente dal gruppo degli asinelli dell’asinara che non erano isolati, ma incrociati con gli altri asini sardi. Oggi gli asinelli alvini sono fragilissimi e poco adattabili agli altri territori.
In Salento fino a fine anni ’60 si riteneva che il latte d’asina fosse umano, tanto che veniva dato ai neonati quando la madre non poteva nutrire, tale usanza finì con l’introduzione del latte artificiale.
Il culto antichissimo di una dea degli animali in Japigia si deduce da molte denominazioni di luoghi ‘nfocaciucci’ (strozza asini), idea legata allo ‘strozzatoio’, basta pensare alle potnie minoiche rappresentate strozzando animali, che rappresentano culti di morte e rinascita legati a divinità metà umane e metà animali con uso di sostanza psicoattiva, da qui il simbolo di ‘strozzare’, ‘soffocare’.
Anche il canale della polis Valesio, tra Lecce e Brindisi aveva questa denominazione. Inoltre, nei dintorni, i paesi limitrofi a Campi Salentina tramandano la leggenda popolare, trasformata con i tempi in beffa, che i campiensi impiccavano gli asini al campanile per fargli mangiare ‘lu zangune fiaccu’. Ciò non tramanda che questi abitanti fossero degli assassini di animali, ma culti legati alla morte e resurrezione con uso di sostanza psioattiva.
Gli abitanti di Campi non hanno mai avuto un campanile, non si sa per quale ragione il campanile della chiesa tordo gotica campiense non venne mai ultimano, forse per il sussistere delle agitazioni popolari motivate dal paganesimo persistente e coesistente con il cattolicesimo, documentato dalle lettere di San Pompilio e dalla presenza di questo illustre ‘eretico’ a Campi Salentina.
Questo è quanto emerge in grosso dalle indagini sull’asino nelle zone di confine tra le tre province, mi resta indagare nel basso Salento e nella zona delle murge tarantina per confrontare i dati e poter ricostruire il culto di quella dea ancestrale in terra japigia.

BIBLIOGRAFIA

-Studi del Fogliata 1910
-L’asino albino ed il lato oscuro dell’eden Repubblica 2004
-Storia dell’asinara –allevamento santa lucia
-Interviste personali sul campo

di Tania Pagliara


Sui “muli” nel Salento ulteriori info qui al link sottostante “Asini e Muli leccesi di inizio ‘800, più vigorosi dei cavalli, che vanno al trotto ed al galoppo … dopo quelli di Spagna i più belli del mondo … gambe snelle … teste superbe … si credono alci …”

Asini e Muli leccesi di inizio ‘800, più vigorosi dei cavalli, che vanno al trotto ed al galoppo … dopo quelli di Spagna i più belli del mondo … gambe snelle … teste superbe … si credono alci …


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