LA GRANDE MADRE – le Veneri – parte seconda

a cura della dott.ssa Marisa Grande

preistoriaLA GRANDE MADRE – le Veneri – parte seconda

di Marisa Grande

La Grande Madre: da dea astrale a Grande Ragno
Le oscillazioni accentuate del pianeta, che facevano apparire mobili le posizioni delle stelle rispetto all’orizzonte e rispetto allo zenit, così da rendere instabile e vibrante la calotta boreale celeste, indussero le genti a paragonarla ad un’immensa ragnatela e la Grande Madre ad una mitica, temuta, “Grande Ragno”. Allo stesso orientamento a dare un’interpretazione mitica alla calotta boreale celeste apparteneva anche l’idea che essa somigliasse alla chioma di un grande albero con il tronco corrispondente all’asse cosmico (il mitico “Albero della vita”) scosso da venti impetuosi e con le stelle che apparivano e scomparivano attraverso il fogliame dell’albero oscillante. Le ampie oscillazioni cui era soggetta la Terra erano, invece, dovute ad un momento caotico di turbolenze derivate dallo scioglimento dei ghiacciai della millenaria Glaciazione Würm. La sua conclusione nel millennio XI a.C., dopo 125.000 anni di relativa stabilità, decretò la fine del Pleistocene, del Paleolitico Superiore e del Grande Anno precessionale, il cui ultimo emiciclo di oltre 13.000 anni era stato riferito proprio alla Grande Madre.

Fig. 6 a): Oscillazioni accentuate dell’effetto trottola della Terra, dovuto ad anomalie gravitazionali incidenti sull’obliquità dell’asse terrestre. b) Ricostruzione dei cicli del Grande Anno della Precessione degli equinozi (disegni di Marisa Grande)

I prototipi di figure femminili delle fasi del Solutreano e del Maddaleniano rimandavano già ad una possibile simbolica modifica del modello originario rappresentato dalle “Veneri europee” della fase glaciale ancora stabile del Gravettiano o Perigordiano (27.000-20.000 a. C), ma dopo il millennio XI a.C., la figura femminile divenne simbolica, passando da rappresentazioni ideogrammatiche aracniformi, richiamanti il caos, ai grafemi semplificati in calligrammi di una proto-scrittura (Grotta dei cervi di Porto Badisco- Lecce).

Fig. 7: Metamorfosi della Grande Madre da opulenta a filiforme caotica (disegni di Marisa Grande).

Il mutato culto astrale
Alla fine dalla Glaciazione Würm, dopo il millennio XI a.C., la Grotta delle Veneri di Parabita fu frequentata dai Romanelliani, le genti provenienti da nord-ovest che avevano abbandonato le loro terre centro-europee invase dalle acque alluvionali generate dallo scioglimento dei ghiacciai perenni. Essi vi lasciarono lì le tracce di arte schematica ed astratta nei manufatti incisi con motivi geometrici di carattere enumerativo, di cui se ne trovano i resti frammentati, verosimilmente impiegati per il calcolo del tempo e dei cicli della fecondità della donna.

Fig.8: Arte del Paleolitico Superiore (elaborazione di Marisa Grande)

La frequentazione della grotta da parte dei Romanelliani, però, fu breve, in quanto per il loro modificato culto astrale, da matriarcale a patriarcale, scelsero la grotta di Porto Badisco, presso Otranto (Lecce) come Santuario da dedicare a Orione, la costellazione antropomorfa ritenuta divinità della rinascita al nuovo tempo favorevole alla vita.
L’antropomorfo astrale Orione divenne, infatti, il segnatempo del primo emiciclo precessionale dell’Olocene, la nuova era iniziata con un millennio di Epi-paleolitico, caratterizzato dal clima temperato.
Orione, dominante nel cielo dell’Olocene, dal millennio XI a.C. divenne perciò l’archetipo del Grande Padre dell’umanità, in sostituzione della Grande Madre.
Il cambio avvenne perché si ritenne che la mitica Madre astrale avesse concluso il suo mandato, dopo aver dominato nella calotta boreale celeste nella fase finale del Pleistocene per oltre 13.000 anni solari e, più precisamente, secondo un calcolo convenzionale della numerologia a base 10, nel periodo compreso tre i 24.321 e il 10.987 anni prima di Cristo, durante le fasi storiche dal Gravettiano, del Solutreano e del Maddaleniano.

Un nuovo prototipo di donna nell’era dell’Olocene
Dopo il millennio XI a. C. si assistette quindi ad una modificazione del prototipo di donna: da opulenta, pacifica e feconda come una gestante, propria del Paleolitico Superiore, si pervenne ad un tipo opposto, filiforme. Tale modello, dinamico e caotico fino al limite del parossismo, lo si trova rappresentato fino alle estreme conseguenze stilistiche e formali negli ideogrammi del linguaggio pre-scritturale delle pitture della Grotta dei Cervi di Porto Badisco e nell’arte camuna.
Il suo aspetto teriomorfico (antropomorfo e zoomorfo insieme) e caotico dimostra che nel Mesolitico-Neolitico, oltre ad una simbolica ridotta fecondità, era subentrata anche una mutata e sviante concezione del ruolo della donna nella società, in analogia con il destituito ruolo della Grande Madre, oramai declassata a Grande Ragno.
Partendo da tale concezione, la fantasia popolare di diverse culture successive finì per associare la donna ad una figura instabile e temibile, non più benevola nei confronti dell’umanità e a collegarla agli animali insidiosi come il ragno, il serpente, lo scorpione il mitico basilisco…o agli animali notturni, quali la civetta e la farfalla magura.

Fig.9: Metamorfosi della Grande Madre dal Paleolitico al Mesolitico (Marisa Grande)

Nel millennio XI a.C., al passaggio dal Pleistocene all’Olocene vi erano stati naturali motivi astronomici e geologici che avevano indotto gli uomini dell’epoca a decretare la fine del tempo della Madre astrale e a determinare una mutazione della sua immagine: da donna feconda e benevola a filiforme e malefica, da antropomorfa a teriomorfa, da pacifica a caotica. Tale mutato paradigma descrittivo derivava dalla ridotta considerazione tributata alla Grande Madre, la quale, per un’altra versione dell’interpretazione mitica del suo ruolo astrale, fu ritenuta, insieme alla costellazione serpentiforme Draco, responsabile delle oscillazioni dell’albero della vita, ossia della calotta boreale celeste sostenuta dall’asse cosmico e del conseguente stato caotico della Terra.
All’epoca, infatti, l’accentuata oscillazione della Terra, per effetto della massima inclinazione del suo asse e per il necessario assestamento intorno ai poli delle masse crostali liberate dai ghiacci, determinò un conseguente salto di polarità magnetiche e geografiche, che si manifestò con movimenti sismo-tettonici e con scomparsa delle terre insulari e costiere nelle acque degli oceani, il cui livello si era elevato di 120 metri rispetto a quello che si era stabilizzato nella lunga fase glaciale.
Lo scenario caotico si era manifestato nel cielo boreale come uno sconvolgimento dell’assetto delle stelle nella calotta boreale celeste, che sembrava oscillare e vibrare come un’immensa tela di ragno o come un albero scosso da venti impetuosi.
I superstiti di quei devastanti eventi poterono osservare e ricordare con sgomento la rotazione anomala della calotta boreale celeste intorno al nuovo Polo Nord astrale.
Essi interpretarono in chiave mitica quei fenomeni distruttivi e li attribuirono alle intemperanze delle costellazioni zoomorfe in tumulto, che avevano coinvolto anche la Grande Madre.
In particolare, sembrò loro -e tale impressione divenne tradizione da tramandare ai posteri- che la costellazione polare serpentiforme Draco avesse voluto insidiare la Grande Madre astrale, orientandola a compiere azioni malefiche contrarie al benessere dell’umanità.
Ad entrambe le figure mitiche dell’ancestrale religione stellare attribuirono la colpa di aver provocato il caos drammaticamente vissuto sulla Terra con immani cataclismi e con considerevoli estinzioni di esseri viventi.

Fig. 10a: Il susseguirsi delle stelle polari nelle varie epoche in relazione al moto retrogrado della precessione assiale
e degli equinozi
Fig. 10b: Le figure mitiche della religione astrale (Elaborazione di Marisa Grande).

Assestato l’asse cosmico, ristabilita la regolarità nel cielo e i Terra, alla Grande Madre del Paleolitico Superiore subentrò il Grande Padre Orione, ritenuto il “Signore degli animali” che aveva domato le costellazioni zoomorfe in tumulto.
La malefica costellazione Draco fu inglobata e domata dalla costellazione circumpolare Cervo, simbolo di virtù e di fierezza, che coadiuvava il ruolo stabilizzante del Grande Padre Orione.

I più antichi prototipi della Grande Madre e di Orione
Le motivazioni degli sconvolgimenti della Terra nel millennio XI a.C. erano state di carattere naturale e ciclico, essendo collegati al cambio di era, dal Pleistocene all’Olocene e alla conclusione del ciclo precessionale compreso tra i 37.654 a.C. e il 10.987 a. C. durante il quale era prevalso il Sapiens-sapiens Cro-Magnon, dopo l’estinzione del Sapiens Neanderthal, avvenuta alla fine del precedente ciclo precessionale compreso tra i 50.987 a.C. e i 37.654 a.C.
Nel 2008 fu rinvenuta nei pressi di Schelklingen, presso Ulm, in Germania, una statuina muliebre acefala risalente a 38.500 a.C. Scolpita in avorio su osso di mammuth, la statuina rappresenta il più antico esemplare di scultura di donna. Corrisponde all’immagine primordiale della donna feconda, in quanto, con l’accentuazione delle caratteristiche femminili, richiama l’importanza che assumeva il ruolo di progenitrice per l’homo sapiens di cultura aurignaziana, nel ciclo precessionale compreso tra i 50.987 a.C. e i 37.654 a.C.
Simbolo dell’energia generatrice, la statuina rappresenta, perciò, il modello primordiale di figura muliebre che precede di molti millenni la produzione delle “Veneri gravettiane”.
Nelle sue caratteristiche è anch’essa vicina all’archetipo astrale, ossia all’immagine originaria delineata nel cielo a fianco della Via Lattea, confermando così che già all’epoca esisteva il culto stellare della Grande Madre, osservata nella medesima condizione di visibilità nella calotta boreale celeste. L’importanza del reperto, appartenente al Paleolitico Inferiore, si deve quindi al fatto che retrodata di molti millenni la conoscenza del prototipo di donna nota poi anche nel Paleolitico Superiore attraverso le Veneri gravettiane, confermando per entrambe le culture il riferimento al medesimo archetipo astrale della Grande Madre.

Fig.11a) La figura muliebre astrale nella macro-costellazione della calotta boreale celeste, archetipo della Grande
Madre, (interpretazione in chiave paleoastronomia di Marisa Grande)  b) La Venere di Schelklingen, in Germania (38.000 a.C.).

Nel 2007 la scoperta di tre reperti rappresentanti la figura di Orione, rinvenuti in Germania ed Austria, risalenti ai millenni compresi tra 34.000 e 30.000 anni fa, conferma anche che il culto matriarcale e patriarcale si alternano ogni 13.333 anni solari.
Alla Grande Madre aurignaziana di 40.000 anni fa, che aveva governato l’emiciclo precessionale compreso tra 50.987 e 37.654 a.C.(due stagioni dell’anno precessionale corrispondenti all’inverno e all’autunno di oltre 6.000 anni ciascuna) era subentrata l’era di Orione, compresa tra i 37.654 e i 24.321 a.C. (estate e primavera precessionale), data in cui ritornò il culto della Grande Madre, con un inverno precessionale compreso tra i 24.321 a.C. e i 17.654 a.C. e un autunno precessionale compreso tra il 17.654 a.C. e il 10.987 a.C., il periodo che abbiamo vsto essere stato caratterizzato dalle turbolenze post-glaciali e dalle estese inondazioni.

In seguito, con l’Olocene, subentrò di nuovo il culto patriarcale di Orione per la durata di un altro emiciclo precessionale, iniziato nel 10.987 a.C., con un’estate precessionale conclusa nel 4.321 a.C. ed una primavera precessionale, che è ancora in atto.
Il ciclo retrogrado della Terra, detto “precessione” dovuto all’impercettibile, ma esistente, azione frenante dell’asse obliquo, è calcolato sia in base al grado d’inclinazione di quello, che determina la maggiore o minore velocità di rotazione della Terra e sia in funzione dell’ampiezza dell’ellisse dell’orbita terrestre.
Tali variabili possono giustificare la difficoltà di calcolo del tempo precessionale.
Il ciclo più breve conosciuto era di 21.900 anni solari per gli egizi, ossia la metà del tempo di 43.800 anni, riportato anche nella Bibbia, mentre nell’Apocalisse di Giovanni vi è criptato un tempo massimo di 26.460 anni, a cui l’aggiunta di un andamento caotico lo fa tendere ai 26.666 anni solari.
Secondo la Scienza, un ampliamento del ciclo precessionale deriverebbe da un asse terrestre estremamente inclinato e da un’orbita estremamente ellittica, una condizione tendente al caos. In un “sistema dinamico complesso e autoregolato” come la Terra, nel quale le condizioni non sono mai stabili, ma in dinamico equilibrio precario, fattori inerenti ai campi di forze gravitazionali, in cui è da sempre naturalmente immersa, possono determinare le necessarie interazioni favorevoli al ripristino degli equilibri interni ed esterni, che allontanano dal pianeta il rischio che esso raggiunga stadi estremamente ed irreversibilmente caotici.

Nota:
Per la verifica di quanto da me ricostruito in relazione alle oscillazioni climatiche derivate dal Grande Anno precessionale, le scoperte nel 2007 dei reperti riferiti ad Orione e nel 2008 della Venere aurignaziana di Ulm sono risultate determinanti per sostenere e dare attendibilità ad ogni mio scritto pubblicato in merito sin dalla fine degli anni Novanta del Novecento (Marisa Grande).
PER APPROFONDIMENTI:
Paolo Graziosi, L’arte dell’antica età della pietra, le lettere, Firenze 1987
Marisa Grande, Dai simboli universali alla scrittura, Besa 2010
Marisa Grande, La precaria armonia del cosmo; Besa 2011
Paolo Graziosi, Le pitture preistoriche della Grotta dei cervi di Porto Badisco, Giunti -Martello, Firenze 1980
André Leroi-Gourhan, Le religioni della preistoria, Mètailiè Parigi 1983
NB: Le immagini sono di proprietà dell’autore e coperte da Copyright, perché tratte dalla trilogia dei suoi libri editi da Besa.


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LA GRANDE MADRE – le Veneri – parte prima

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