LA GRANDE MADRE – le Veneri – parte prima

a cura della dott.ssa Marisa Grande

preistoriaLA GRANDE MADRE – le Veneri – parte prima

di Marisa Grande

Archetipi universali e prototipi
Gli archetipi, secondo Jung, corrispondono alle immagini primordiali rielaborate in relazione alle
distinte capacità di interpretazione di ciò che si osservava e si sperimentava.
Riposti nell’inconscio collettivo degli individui, si manifestano visivamente nelle elaborazioni di forme simboliche e nella creazione di prototipi significanti. Questi rappresentano delle varianti formali rispetto agli archetipi originari universali, perché vengono ridefiniti all’interno delle distinte culture, che si differenziano per caratteristiche etnologiche, geografiche, climatiche e psicologiche.
Il prototipo della donna feconda per il Cro-magnon del Paleolitico Superiore
Il prototipo della donna feconda nel Paleolitico Superiore era rappresentato da immagini muliebri opulente, aventi tutte le caratteristiche fisiche accentuate, quali attributi necessari a facilitare la procreazione e il sostentamento del nascituro. Il modello di riferimento poteva essere il fisico della donna cro-magnon, ma è anche importante considerare che, per trasposizione dell’immagine su un piano ideale, simbolico e cultuale, collegando tra loro molte costellazioni del cielo boreale -da Auriga ad Andromeda- poteva essere immaginata e, quindi iconograficamente delineata, una figura astrale opulenta distesa a fianco della Via Lattea (la scia lattiginosa che sembrava sgorgare dal suo seno). La figura astrale, definita per vicinanza relativa tra le costellazioni del cielo boreale, poteva essere vista come l’ideale Madre celeste, procreatrice e nutrice dell’umanità. Considerata la “progenitrice “, poteva quindi essere eletta ad archetipo universale della Grande Madre. Le statuine di carattere realistico, le cosiddette Veneri, immagini propiziatorie della fecondità della donna, come la Venere di Willendorf (Austria), risalente a circa 20.000 a.C., rappresentavano, pertanto, prototipi della Grande Madre astrale venerata nelle varie culture del periodo glaciale Gravettiano.

a) Venere di Willendorf-Austria (20.000 a.C. circa); b) la dea astrale, archetipo della Grande Madre, (interpretazione in chiave paleo astronomica di Marisa Grande) c) Venere di Laussel (25.000-20.000 anni fa) Dordogna (Francia);

L’auspicio relativo al potenziamento della fertilità della donna, necessaria ad una non sempre possibile fecondità, derivava dalla necessità di assicurare la continuità della specie, poiché, per evidenza sperimentale, a lei si attribuiva la custodia del nascituro nel suo grembo, la capacità di metterlo al mondo e di allevarlo con il proprio latte. Col tempo, per realizzare immagini più aderenti alla concezione del sacro elaborata nelle diverse culture del Paleolitico Superiore, si giunse a determinare diversi prototipi di Grande Madre, con varianti simboliche derivate dalle varianti interpretative dell’originario archetipo universale. Il bassorilievo simbolico rappresentante la cosiddetta Venere di Laussel, rinvenuto in Dordogna (Francia) e risalente a 25.000–20.000 anni fa, corrisponde ad uno dei prototipi della Grande Madre, ma esprime, meglio che le statuine isolate, la matrice culturale di tale pensiero, risultando pertanto esso stesso un archetipo concettuale di tipo dimostrativo e probabilmente di tipo educativo.

Esaminando il bassorilievo Laussel vediamo che esprime per immagini semplici un pensiero in realtà complesso, ma probabilmente ben compreso dalle comunità dell’epoca. La Venere sorregge con la mano destra un corno, strumento reale o forma simbolico-propiziatoria, che in qualità di determinativo si offre a diverse chiavi di lettura e d’interpretazione.
a) Se visto come costellazione, rimanda a Taurus, visibile in forma di “toro” sul lato destro della macro-costellazione della Grande Madre e considerato l’archetipo del “toro celeste”, il fecondatore astrale della dea primigenia.
b) Se visto come attrezzo, si potrebbe leggere come uno strumento medico ed essere associato a molti manufatti del Paleolitico che sono ritenuti ancora misteriosi, ma che hanno una forma adatta ad essere impiegati come strumenti ginecologici, ai fini di favorire le nascite più difficili.
c) Se visto, invece, come strumento musicale (simile al corno usato ancora oggi soprattutto in montagna) potrebbe rappresentare lo strumento adatto ad assecondare e favorire, con il suono, il ritmo dell’affannoso respiro di una madre in travaglio.
d) Se visto come calendario lunare, rimanda comunque sempre all’archetipo della Grande Madre, essendo la Luna considerata, ancora oggi, simbolo femminile legato alla fecondità, poiché con le sue fasi mensili ritma il calcolo dei cicli della fertilità e della gestazione della donna.

Fig. 2: a) L’archetipo della Grande Madre, il Toro astrale e i prototipi delle Veneri : bassorilievo di Laussel, statuine di Willendorf, di Modena e di Parabita (Gravettiano) di Prodmostì (Solutreano) i pittogrammi della Grotta dei Cervi di Porto Badisco (Mesolitico e Neolitico) e le statue di Malta (Neolitico).( Elaborazione di Marco Sarcinella per il poster di Marisa Grande presentato al Convegno di Padova 2001 della S.I.A.-Società Italiana di
Archeoastronomia- c/o Osservatorio astronomico di Brera -Milano.
Fig.2 b): Schema descrittivo del percorso della Luna con le sue fasi mensili (disegno di Marisa Grande).

Calendari lunari ispirati al grembo materno
Molti manufatti del Paleolitico Superiore, con simboliche decorazioni concentriche, riproducenti il grembo materno in espansione per la fase della gestazione, corrispondono a prototipi realizzati nanalogia con la forma della Luna e con il suo percorso nel cielo notturno. Tali immagini si pongono a fondamento dei primi calendari lunari, di cui si ha un esempio anche nel ciottolo con incisione “a spirale” su una faccia e “a foglia” sull’altra, rinvenuto nell’ingresso della Grotta delle Veneri di Parabita (Lecce), il cui nome deriva dal rinvenimento da parte del Prof. Giuseppe Piscopo di due statuine riferite anch’esse all’archetipo della Grande Madre gestante.

Fig.3 a): Motivi schematici simbolici della donna feconda e calendari lunari ispirati alla forma della Luna e al
grembo materno (disegni di Marisa Grande).

Il Santuario salentino dedicato alla Grande Madre.
La cavità che penetra nel Monte Sant’Eleuterio di Parabita corrispondeva ad un Santuario ipogeo dedicato alla Grande Madre astrale sin dal Gravettiano, in analogia con le grotte-santuario del Paleolitico sparse nell’area centrale del continente europeo. In fase di Glaciazione Würm i rapporti culturali dei progenitori salentini con l’area euroasiatica erano infatti facilitati da un “ponte ghiacciato” che si estendeva sull’Adriatico da nord fino al Gargano. Le due cosiddette Veneri rinvenute nella Grotta omonima di Parabita, come pure le meno note statuine dalle caratteristiche specifiche della Grande Madre (ancora opulenta e gestante), rinvenute negli strati inferiori del sito oggi noto come “Museo Faggiano di Lecce”, rientrano nei modelli derivati dall’immagine archetipica originaria della Madre astrale del Gravettiano. Nelle profondità del Museo Faggiano scorre il fiume Idume, che prima di sfociare nel Mare Adriatico, attraversa il sottosuolo di Lecce.
Come tutti i corsi d’acqua ipogei, numerosi nel territorio carsico salentino, anche nelle cavità d’accesso al fiume Idume si sono svolti i riti legati al culto delle acque primeve della Grande Madre, secondo gli archetipi elaborati nelle varie culture, da quella primigenia del Faggiano all’egizia Iside rinvenuta nell’ipogeo del cinquecentesco Palazzo Vernazza. Le Veneri di Parabita, tuttavia, sono più snelle sia delle Veneri centro-europee e sia dell’esemplare esposto al Museo Faggiano. La forma di simulacri della Grande Madre, prima molto opulenta e poi sempre più snella fino a divenire filiforme, dipendeva dalla sua posizione nel cielo in relazione alle distinte latitudini dei luoghi e dalle posizioni temporanee assunte rispetto all’orizzonte, prima di un suo forzato tramonto a seguito delle ampie oscillazioni cui era soggetta la Terra, nella fase caotica generata dalle turbolenze post-glaciali. I prototipi del Paleolitico Superiore riferiti all’archetipo della Grande Madre astrale, invece, aventi ancora le medesime caratteristiche di donne opulente predisposte alla fecondità o già gestanti corrispondevano ad un modello più consono alle condizioni climatiche, relativamente stabili e molto fredde del Gravettiano, corrispondente ad un inverno millenario, una stagione di oltre 6.000 anni solari del Grande Anno di oltre 26.000 anni solari, noto come “ciclo della precessione assiale e degli equinozi”.

Fig.4: Prototipi di Grande Madre del Paleolitico Superiore (disegni di Marisa Grande).

I prototipi di donna dal fisico assottigliato e dalla forma sempre meno verista appartengono invece alla successiva fase maddaleniana, corrispondente ad un autunno dello stesso Grande Anno precessionale, il quale, procedendo con andamento retrogrado, si svolge in direzione inversa rispetto alla sequenza delle note stagioni del breve anno solare.

Fig.5: Prototipi di Grande Madre dal Paleolitico al Neolitico (disegni di Marisa Grande).

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