La balena lunga oltre 30 metri spiaggiata ad Andrano (Le) nel 1827

ricerche a cura del dott Giovanni Greco

un esemplare di “CAPODOGLIO” in una incisione del 1894

La balena lunga oltre 30 metri spiaggiata ad Andrano (Le) nel 1827

Nel 1827 fece scalpore il  volumetto edito a Napoli (a cura di un sacerdote molisano Giuseppe Sanchez (1771- 1838), dal titolo Le avventure del Gigante del mare, nel quale l’autore raccontava dell’avvistamento di una balena a poche miglia al largo di Otranto e ritrovata morta, in seguito ad incagliamento, il 5 maggio 1827 nei pressi di Andrano in località la Botte. In effetti nella storia del Salento sono spiaggiati molto frequentemente grandi animali che poi son rimasti lungo le coste alla mercè degli eventi.  E’ grazie alle cronache che possiamo scoprire gli spiaggiamenti di tartarughe, delfini e grossi cetacei.

Presso il Gabinetto di Scienze Naturali “Cosimo De Giorgi” dell’Istituto Tecnico Commerciale e per Geometri “Oronzo Gabriele Costa” di Lecce, sono censiti cinque reperti della fauna mediterranea come ad esempio il cranio di Balaenoptera physalus che fu ritrovata spiaggiata nella marina di Andrano (LE) nel 1827, e il cranio di Physeter macrocephalus spiaggiato a San Cataldo (LE) nella metà di ottobre 1833. Peccato che entrambi i resti dei cetacei sono ritenuti dispersi.

il gigante del mare di Andrano. In foto Liborio Salomi con lo scheletro di un capodoglio (Arch. Pr. L. Ruggiero)

Infatti il 4 maggio 1827 sul litorale tra Castro e Andrano (oggi Provincia di Lecce ma che all’epoca era Provincia di Terra di Otranto, Distretto di Gallipoli, Circondario di Poggiardo), fu ritrovata spiaggiata la carcassa di un maschio di Balenottera comune.
Cfr : Archivio di Stato di Napoli – autorizzazione alla pubblicazione n. 9/2012, prot. n. 4531/28.34.07, Fondo Pubblica Istruzione, Busta n. 284;
Cfr : Archivio Storico dell’Università di Napoli Federico II;

Cranio della Balenottera comune spiaggiata ad Andrano nel 1827 conservato nell’I.T.C. “Costa” di Lecce (Foto N. Maio)

Da una lettera del 10 maggio 1827 l’Intendente, Ferdinando Cito, riportava che una carcassa di notevoli dimensioni si era spiaggiata inizialmente a tre miglia dal lido di Andrano, e successivamente era stata trasportata dalla corrente a 8 miglia di distanza su una spiaggia rocciosa denominata “la Botte”. In un primo momento, per timore di problemi sanitari fu dato ordine di incendiare la carcassa [che si presentava in avanzato stato di decomposizione]. In una seconda lettera del 13 maggio l’intendente riportava il rapporto del sindaco locale [Domenico Maria Villani] (datato 9 maggio e ricevuto l’11 maggio), il quale affermava che sia il tentativo di trasportare la carcassa sulla terraferma (con oltre 50 uomini e diversi argani) che di bruciarla erano falliti, e che gli abitanti del suo comune e di quelli limitrofi si erano affrettati a tagliare pezzi di carne per estrarne l’olio. Lo stesso Intendente in un primo momento diede ordine di utilizzare mine o cannoni per frantumare ciò che rimaneva della carcassa incastrata tra gli scogli onde evitare problemi di salute pubblica, ma, informato che di questa rimanevano ormai solo le ossa della testa e di metà coda ordinò al sindaco di preservare ciò che rimaneva dello scheletro per rimetterlo al Gabinetto di Storia Naturale [= Real Museo Zoologico di Napoli].

Purtroppo dopo sole due ore dalla partenza del suo ordine, venne informato che parte della carcassa era stata acquistata da privati e fu costretto a chiedere istruzioni al ministro sul da farsi. A questa lettera il Ministro rispose il 16 maggio chiedendo che le ossa della testa e delle coste venissero conservate. Il 20 maggio l’Intendente informò il Ministro che la gran parte delle ossa del cranio erano state “prese” dal Sig. Bacile di Spongano e custodite presso la sua masseria (tranne alcune vertebre e i bulbi oculari che erano, invece, stati presi da un contadino), e che questi chiedeva un compenso per la donazione al Governo. Da quei resti furono estratti circa 900 cantaja di olio (=80t), e il cranio, diviso in tre parti (cranio e due emimandibole), fu trasportato con un grosso carro “addetto a traportare le pietre de trappeti [= frantoi]” da circa 40 braccianti e sei grandi buoi [i Bacile erano una famiglia che si occupava della preparazione dell’olio d’oliva]. Le parti rimanenti dello scheletro andarono perdute.

Il cranio della balenottera azzurra di Andrano (ph. Museo dell’Ambiente di Lecce)

Fece presente inoltre che aveva dato diposizioni affinché tutti i detentori delle ossa le conservassero e attendessero gli ordini dei sui superiori. Il 26 maggio Luigi Petagna, Direttore del Museo Zoologico dell’Università di Napoli, inviava al Ministro una sua relazione preliminare (richiesta da questi il 23 maggio) redatta però solo sulla base dei primi referti inviatigli dall’Intendenza, lamentando l’impossibilità di fornire il nome preciso della specie, potendo solo affermare che non si trattava di pesce ma di Cetaceo, probabilmente Balaenopteres o Physeter per la presenza di una pinna dorsale, non avendo avuto conferma della presenza o assenza dei denti nella sola mandibola o in entrambe le mascelle (in tal caso sarebbe stato genere “Delfino”). Rassicurava inoltre dai pericoli derivanti dal cattivo odore emanato dalla carcassa. Nel rapporto del 27 maggio l’Intendente informava il Ministro che don Gennaro Bacile, Barone di Spongano, aveva recuperato oltre al cranio anche altre ossa della “balena”, che erano state messe a disposizione del Governo; per tale scopo, chiese l’autorizzazione per pagare il compenso richiesto e da quale fondo prelevarlo. Inoltre propose di trasportare l’ossame tramite una nave governativa dal porto di Otranto a Napoli, o in alternativa, il permesso per noleggiarne una allo scopo. Non si sa per quale

motivo [forse per la spesa eccessiva], ma il Ministro, per ordine del Re datato 26 maggio, emanato dal XXXIII Consiglio di Stato [ricevuta in data 31 maggio], negò il permesso di acquistare le ossa e ne chiese solo l’esecuzione di un disegno. Lo stesso ordine venne ribadito con una missiva del 2 giugno. Il 6 giugno Petagna inviava al Ministero un secondo “ragguaglio” [dopo aver ricevuto qualche giorno prima un nuovo rapporto dell’Intendenza] nel quale affermava che il cetaceo non apparteneva al genere Physeter e tantomeno a quello dei “Delfini” ma a Balaena, sottogenere Balaenopteres, in particolare a B. gibbar [di Lacépéde]. Petagna chiese inoltre di acquistare il reperto, se la spesa non fosse stata eccessiva, per arricchire le collezioni del Museo Zoologico, anche a testimonianza dell’evento storico. Il 29 luglio l’Intendente, in base agli ordini ricevuti, inviava al Ministro il disegno dell’animale [purtroppo oggi non più conservato] e una memoria allegata. In questa memoria riassuntiva erano riportati altri dettagli come la data del primo avvistamento della carcassa che sarebbe avvenuto la notte del 4 maggio da parte di alcuni pescatori, e che la carcassa fu trasportata dalle onde prima sulla spiaggia di Tricase e successivamente su quella della Botte. Si rilevava inoltre che Gennaro Basile, era anche Presidente del Consiglio Provinciale. Lo stesso disegno venne consegnato al Re [Francesco I] il giorno 10 agosto, e questi chiese che lo si consegnasse al Direttore del Gabinetto Zoologico per farne una copia. Il disegno e la memoria furono consegnati al Petagna il giorno successivo, e questi rispose in data 16 agosto affermando di non essere più in grado di determinare con certezza la specie in quanto alcuni caratteri descritti nell’ultima versione della memoria contraddicevano quelli esposti nelle precedenti e che le due figure del disegno non erano originali ma “meschine copie” dei disegni di un’altra specie, la Balena franca, malamente tratte dal testo del Buffon. Affermava inoltre polemicamente che, se il cranio fosse stato portato nel museo, grazie anche alla vicinanza con il mare che ne avrebbe facilitato e reso poco dispendioso il trasporto, si sarebbe potuto determinare correttamente la specie e allo stesso tempo si sarebbe conservato un “pregevole monumento di un raro animale”.
È interessante notare che 11 anni dopo, in data 6 gennaio 1838, il Barone Bacile, inviò una lettera al Ministero nella quale affermava di possedere ancora il cranio, la mandibola, molte vertebre dorsali e cervicali e le coste del cetaceo spiaggiato ad Andrano anni prima, ossa che lui aveva raccolto e conservato per ordine dell’Intendente al fine di spedirle al Museo Zoologico della Regia Università degli Studi della capitale e ne aveva persino preparato la spedizione quando l’ordine fu revocato senza motivo. Inoltre aveva acquistato a sue spese le altre ossa da diversi privati che se ne erano impossessati e aveva pagato l’affitto del magazzino dove era ancora conservato l’ossame. Per questo motivo offriva nuovamente il reperto al Governo, in cambio di un qualunque compenso, il cui importo lasciava decidere al Ministro, almeno come rimborso delle spese sostenute, allegando alla lettera anche un disegno [purtroppo anche questo perduto] del cranio e della colonna vertebrale sino alle prime due vertebre dorsali. Il Ministro, con data 21 marzo, inoltrò la lettera di Bacile al Presidente della Giunta della Pubblica Istruzione, chiedendo parere sul da farsi, sottolineando che si teneva presente sia il parere riportato nella corrispondenza col defunto Direttore Petagna che l’ordine con parere negativo del Re del 26 maggio 1827. Purtroppo a questa lettera non fa seguito alcuna risposta.
Pasquale Manni (1827) in una apposita memoria riporta quattro rapporti redatti da persone intervenute sul posto, non avendo fatto lui il sopralluogo. In base ai primi due rapporti [del 17 maggio e del 30 maggio 1827 di Francesco Sossi-Sergio di Poggiardo] risultava che l’animale, posizionato con il dorso in acqua rivolto verso l’alto, misurava 120 palmi di lunghezza [= 31,6 m], inclusa la testa e la coda, anche se da altri due rapporti (del Sindaco di Andrano, s.d.) sembrerebbe lunga oltre 90 palmi [= 26,3m], e i testicoli misuravano due barili di 24 mezze [= 418,8 litri].
La cronaca dello spiaggiamento è narrata anche nel Giornale del Regno delle Due Sicilie (Anonimo, 1827) dove vengono riassunti le relazioni ufficiali tra il Ministero degli Affari Interni e quello della Polizia Generale.

Lo stesso anno un sacerdote molisano, Giuseppe Sanchez (1827), pubblicava in forma anonima un volumetto dedicato ai Cetacei e vi riportava la descrizione dello spiaggiamento nella quale affermava che la misura della lunghezza totale era di 80 piedi [= 26,79 m]. Sanchez conosceva il Direttore del Museo Zoologico, Petagna, e da lui ebbe in visione i disegni ricevuti dal Ministero. È interessante notare che anche Sanchez era convinto che il cranio sarebbe stato portato al Museo Zoologico di Napoli “mercè la generosità di S.M. Francesco I, che con sollecito pensiero promuove le lettere, le scienze e le belle arti”. Ma, evidentemente, così non fu…

Anche Oronzio (= Oronzo) Gabriele Costa (1839) nella sua monumentale opera, Fauna del Regno di Napoli, riporta i dati dello spiaggiamento, e come motivo della mancata cessione del cranio al Museo Zoologico di Napoli riporta che “gli ordini del Governo giunsero tardi ed inutili”, quando ormai la carcassa era stata già smaltita dai “vigili custodi della salute pubblica” (Costa, 1839; Parona, 1897, 1909).
Da notare che sia Manni (1827), sia Sanchez (1827), sia Costa (1839), sulla base delle non corrette descrizioni redatte da non zoologi, attribuirono erroneamente la specie rispettivamente a “Balena Musculus” di Linneo, a “balena franca” e a B. [alaenoptera] acutorostrata di Lacépéde o B. rostrata di Hunter. Solo Petagna, aveva correttamente determinato la specie col nome Balaenoptera gibbar (o Balaenoptera rorqual) oggi sinonimo di B. physalus.
I resti dello scheletro rimasero dunque, per 52 anni, nella masseria di Gennaro Bacile (1765-1861); nel 1878-79 fu donato dal nipote Filippo Bacile (1827-1911), uomo di cultura leccese, ad Ulderigo Botti (1822-1906), paleontologo toscano che giunse a Lecce nel 1868 in qualità di Consigliere Delegato alla Prefettura (Biddittu, 1971). Qui, infatti, il Botti fece sorgere, con il sostegno finanziario della Provincia, il primo nucleo di un Museo di Storia Naturale di Terra d’Otranto [un museo dell’Amministrazione Provinciale di Terra d’Otranto], raccogliendo le raccolte degli strumenti scientifici e le collezioni zoologiche, soprattutto ornitologiche e entomologiche, di Oronzio Gabriele Costa e del figlio Giuseppe, inizialmente allogate presso l’Orto Botanico provinciale del Comizio Agrario, collezioni poi incrementate dai reperti archeologici e paleontologici raccolti da lui stesso (De Giorgi, 1907; Rossi & Ruggiero, 2000, 2002). Dopo il 1880 il Botti fu trasferito a Reggio Calabria e le raccolte del costituendo museo furono curate da Cosimo De Giorgi, il quale, divenuto professore di storia naturale nel 1886 presso il nuovo Istituto tecnico «O. G. Costa» di Lecce, nel 1887 ebbe l’incarico ufficiale della cura di detto museo. Questi, infatti, chiese ed ottenne che le collezioni fossero cedute all’Istituto “Costa” in quanto necessarie alla didattica (Colangeli, 1969, 1970, 1971, 1972, 1974).
Nel 1946-48 il cranio fu restaurato e montato da Liborio Salomi, successore del De Giorgi nella cattedra di storia naturale dell’istituto, grazie al sostegno economico del dott. Pasquale Famularo.

Cfr : MUSEOLOGIA SCIENTIFICA MEMORIE • N. 12/2014 • 355-362
http://www.anms.it/upload/rivistefiles/c1dec85e33e317f5c2b0e9ccf012505b.pdf


Ricerche a cura del dott Giovanni Greco;
dott in Conservazione dei Beni Culturali, con laurea in archeologia industriale, è studioso e autore di numerose ricerche sul Salento, Erasmus in Germania nel 1996, ha viaggiato per venti anni in Italia e in Europa, ha lavorato un anno in direzione vendite Alitalia nell’aeroporto internazionale di Francoforte, ha diretto per cinque anni la sezione web di un giornale settimanale cartaceo italiano a Londra, libero professionista, videomaker, artista raku, poeta, webmaster, blogger, ambientalista, presentatore, art director, graphic designer, speaker radio, giornalista freelance Internazionale iscritto presso l’agenzia GNS Press tedesca, collabora come freelance con diverse realtà sul web e sul territorio locale. Dal 1998 è direttore responsabile della rivista on line “BelSalento.com – arte, storia, ambiente, politica e cultura della Terra dei Due Mari – Servizi di Fruizione Culturale”.
BelSalento è un progetto a cura del dott Giovanni Greco

i miei viaggi in Europa dal 1996 al 2014 – Giovanni Greco

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