Epaminonda Valentino cospiratore reazionario antiborbonico

ricerche a cura di Giovanni Greco

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E’ sovente considerato un fervente cospiratore reazionario ai Borbone. Uno dei più attivi e determinati personaggi del repubblicanesimo salentino, quando la Giovine Italia si veniva affermando anche a Nord del Salento. Repubblicano mazziniano della prima ora, fondatore della “Giovine Italia” nell’allora Regno di Napoli e il primo introduttore a Lecce e provincia dell’organizzazione rivoluzionaria repubblicana mazziniana di Gallipoli assieme ad Antonietta de Pace. Fu il marito di Rosa de Pace, sorella di antonietta. Epaminonda, nel maggio 1848, partecipò ai moti insurrezionali di Napoli e di Lecce, aderì al Circolo patriottico di Terra d’Otranto (fondato il 29 giugno 1848 e attivo fino ai primi giorni di agosto dello stesso anno). E’ molto probabile che sia stato anche un emissario mazziniano giunto da Napoli in Terra d’Otranto per creare famiglie della Giovine Italia in Gallipoli, Lecce, ed altri centri del Salento. Ma sarà tutto vero? Prende corpo un’idea differente. Valentino apparteneva ad una ricca famiglia borghese salentina proprietaria terriera, dagli ideali liberali, ma non aveva la sensibilità sociale. Più che altro aveva il concetto mazziniano di popolo, ma non quello delle lotte proletarie. Infatti Vittorio Zacchino sostiene che vi siano poche testimonianze concrete per avvalorare la profonda enfasi rivoluzionaria dell’Epaminoda. In un articolo di lapiazzamagazine del 2016 Zacchino scrive riportando utili stralci dalle sue ricerche:

“Finalmente il 1966 si esce dal vago grazie agli studi di Franco Della Peruta, il quale scava con rigore storiografico sulle filiazioni dell’organizzazione mazziniana in Puglia e in Terra d’Otranto, e presenta  risultati storicamente ineccepibili, facendo giustizia di ogni tipo di precedente illazione. Sicché dal quadro complessivo degli affiliati da lui proposto, attraverso l’attenta lettura delle carte processuali e la Sentenza della Commissione suprema per i reati di stato, emessa a Napoli il 5 luglio 1838, viene fuori del  Salento leccese l’istantanea di una terra totalmente estranea alla organizzazione mazziniana, una specie di deserto dei tartari, fortunatamente trasformatosi in oasi di patriottismo  un po’ più a Nord,  grazie alla  intensa attività cospirativa documentata a Taranto (e Martina Franca) e  ancor più a Brindisi con  ricchezza di filiazioni a Carovigno, Francavilla Fontana, Latiano, Mesagne, Oria, nel quale ultimo centro  agiva il calzolaio  trentacinquenne Feliciano Marsella che venne arrestato e  condannato a due anni di ferri.
Se può consolare, ricordo che fra gli affiliati alla Giovine Italia di Taranto è registrato il salentino di Galatina Giovanni Dumas, un ex olivetano di probabili origini francesi ed affinità onomastica con l’omonimo celebre autore de Il Conte di Montecristo, il quale aveva dismesso il saio e si era dato alla mercatura.  Stiamo parlando del periodo 1833-1837 e non c’è alcun sentore di Giovine Italia da Lecce in giù.  Dirò di più: negli elenchi tarantini e brindisini riportati dal Della Peruta non vi è neanche un cenno del Valentino, ossia di colui che è stato e viene indicato ancor oggi, unanimiter, in scrittarelli supportati più dall’aneddotica che dalla documentazione, come il padre della Giovine Italia e dell’organizzazione mazziniana salentina (…)

Sulla scia di Della Peruta, a qualche mese dall’uscita del  suo saggio edito nella rivista “Critica Storica” a novembre del 1966, usciva a Lecce il 1967 il volume  di Michela Pastore, Settari in Terra d’Otranto, nel quale, avvalendosi  anch’essa di carte processuali, ribadiva sostanzialmente le tesi di Della Peruta, aggiungendo almeno un  elemento di novità, e cioè che la “Giovine Italia” era stata introdotta in Terra d’Otranto ad opera di mercanti venditori di coperte che passavano in numero notevole per Taranto e Brindisi  tra il 1833 e il 1837: gli Chapelat, i Bertrand, i de Conche, i Costa. (Pastore, pp.143-48).

 Si tratta, scrive la Pastore, della Società della Propagazione dei Lumi in Italia, che comincia a diffondersi verso il 1836 in Terra d’Otranto come setta della Propaganda che “non è che la seconda setta mazziniana che alla Giovine Italia si affianca, sorreggendola e talvolta confondendosi con essa”. (p.148). Giuseppe Casarano, un legale affiliato alla setta di Taranto, arrestato e condannato a 24 anni di ferro, conferma che si tratta esattamente della Giovine Italia, allorché ripete a memoria il testo del giuramento che corrisponde inequivocabilmente a quello della “Giovine Italia”.

Insomma allo stato delle ricerche odierne la sola inoppugnabile certezza è che Epaminonda Valentino fu sì cospiratore, organizzatore e promotore della Giovine Italia, e mazziniano fervente, ma limitatamente al 1848.  Cfr : lapiazzamagazine.com


Vita di Epaminonda Valentino
Chiamato Mino dai familiari e amici, nacque a Napoli il 3 aprile 1810 da Vito, consigliere d’Intendenza di Napoli e da Maria Cristina Chiarizia, i cui familiari parteciparono ai sommovimenti che precedettero la Repubblica Partenopea del 1799. I Valentino appartenevano ad antica e ricca famiglia di Copertino, dove fra gli antenati compare un altro Epaminonda, che fu procuratore dell’Università nel 1567 e sindaco di Copertino nel 1575.
Comunque la famiglia di Epaminonda Valentino (il risorgimentale), da Napoli si trasferì ben presto a Gallipoli per motivi di lavoro. Il padre Vito, essendo molto facoltoso, acquistò il palazzo Doxi-Stracca (oggi palazzo Fontana, in Via Micetti) e il casino di campagna Stracca, a poca distanza da Villa Picciotti (l’attuale Alezio). Nel 1764 un suo discendente, Carlo Emanuele, nobile vivente copertinese figlio del possidente Donatantonio e di Veronica Mezio, si era trasferito a Gallipoli per sposare la facoltosa nobildonna Caterina De Tomasi figlia di Vito e di Carmela Doxi Stracca (nipote ed ereditiera del facoltosissimo banchiere Nicola Doxi Stracca) con la quale procreerà Vito (padre di Epaminonda) ed altri sei figli.

A Gallipoli ereditava un immenso patrimonio, destinato purtroppo a sgretolarsi nel 1847. Come già accaduto al fatuo nonno Carlo alla fine del ‘700. Questa volta non per stupidità, bensì per il fuoco divorante della passione e della lotta politica.

 Già dal 1839, ad un anno appena dal matrimonio, Epaminonda è costretto ad ipotecare i suoi beni in cambio del prestito di ben 10.000 ducati. E fino a tutto il 1847 infiniti sono i rogiti da me reperiti di sue contrattazioni, vendite, ipoteche. Per cui sembra lecito chiedersi: a cosa potevano servirgli quei diecimila ducati? E siccome non si hanno riscontri che sia stato un superficiale sprecone, come il nonno Carlo, la risposta non può che essere una sola: il patriota e cospiratore di Gallipoli impegnò i propri averi per finanziare gli ideali risorgimentali e, quindi, la rivoluzione a Napoli, Gallipoli è in tutto il Salento. Come del resto il suo compagno Leopoldo Rossi che errava a cavallo per sottrarsi all’arresto e distrusse gran parte del suo vistoso patrimonio “per le cambiali ch’egli firmava stando in arcione”. Così precipitandosi nei debiti.
Cfr : lapiazzamagazine.com

Crebbe quindi in ambiente di idee liberali e fu sostenuto da una famiglia di idee repubblicane. Subito entrò a far parte dei movimenti settari napoletani. Aveva molti risentimenti contro il sovrano Ferdinando I di Borbone, il quale, quando si rimpossessò del Regno di Napoli, dopo il periodo di occupazione francese, attuò una forte repressione contro i liberali e i giacobini. Fra essi vi erano stati alcuni parenti materni dell’Epaminonda che furono incarcerati e rilasciati solo dopo un processo. E’ molto probabile che si iscrisse alla setta carbonara gallipolina L‘Utica del salento, capeggiata dai fratelli de Pace. Qui conobbe Rosa de Pace, che diverrà sua moglie sin dal 1836. Il loro figlio maschio Francesco, morirà nell’estate del 1866, all’età di trent’anni, nella battaglia di Bezzecca, al seguito di Garibaldi, nella terza guerra d’indipendenza. Del figlio Francesco ebbe a scrivere il corrispondente di guerra Augusto Vecchi che, nel commentare la battaglia di Bezzecca (Trento), del 24 giugno 1866, scrisse: «Il povero Valentino è morto, colpito al petto, gridando “Viva l’Italia”».

Il Marciano ricorda il matrimonio di Rosa con Epaminonda : “Epaminonda Valentino, fiero cospiratore, andava e veniva da Napoli, dove conferiva con Poerio,  Conforti, Pepe e tutti gli altri cospiratori politici; e ne riceveva le istruzioni, che erano quelle di Mazzini che governava tutto il movimento della Giovine Italia, fondata da lui in Marsiglia al 1831. Il Valentino aveva diramata nella provincia di Lecce la cospirazione; ed egli da Gallipoli ne governava il movimento”.

Spostandosi sempre tra Napoli e Gallipoli, fu uno dei principali ”cospiratori” di Terra d’Otranto alla guida del movimento mazziniano ”Giovine Italia”, con l’appoggio della cognata Antonietta De Pace (famosa per la sommossa napoletana del 15 maggio 1848) dove erano anche iscritti il tarantino Nicola Mignogna, il leccese Giuseppe Libertini e i concittadini Bonaventura Mazzarella, Achille dell’Antoglietta ed Emanuele Barba, tre eminenti personaggi gallipolini, insieme ai quali costituì una sezione cittadina legata al movimento mazziniano.
Nella provincia di Lecce diffuse le idee rivoluzionarie nei Comitati di Lecce, Brindisi e Taranto; servendosi di una rete di “messi e corrieri fidati, incaricati di diffondere la corrispondenza: le circolari mazziniane (che) giungevano nelle stecche di ceralacca, nei sacchi di carbone, tra le reti delle barche da pesca” (Cfr : Palumbo, Risorgimento Salentino 1911 –  1968, p.453-54). Anche Maria Del Bene nel 1919 ha accreditato l’ipotesi della presenza clandestina del Valentino in retrobottega di Lecce, caffè, o librerie, e in particolare la legatoria di G. Bortone negli anni ’40 dell’Ottocento (p.15)
Soprattutto a Gallipoli capeggiò l’organizzazione che mirava a destituire il potere dei Borbone, tessendo fitte relazioni tra i repubblicani salentini e quelli napoletani, rischiando l’arresto dalla gendarmeria borbonica, perché in possesso di documenti compromettenti. Con l’attivismo di Epaminonda Gallipoli divenne “il centro di un’agitazione repubblicana”.
Fu più volte proposto come primo cittadino di Gallipoli, ma la sua candidatura fu rifiutata categoricamente dall’Intendente cittadino. Nel 1848 dopo la concessione della Costituzione da parte del re Ferdinando II, Epaminonda e Antonietta combatterono sulle barricate napoletane. Protestavano per la rinuncia del re di apportare modifiche alla Costituzione. La guerriglia tra la Guardia Nazionale (a difesa dei liberali) e la polizia borbonica fu impari. In poco meno di un’ora furono spazzate via le barricate a colpi di cannone e sulle strade rimasero i corpi esanimi di quasi mille rivoluzionari. Anche in la Terra d’Otranto ci furono grandi sommosse. Valentino e la De pace tornarono nel Salento e qui costituirono un comitato d’azione in difesa della Costituzione (momentaneamente sospesa dal sovrano) il Circolo Patriottico provinciale di Lecce. Ne nacquero poi altri in tutte le province ma ben presto furono tutte stroncate dai sovrani delle Due sicilie e anche il Salento ritornò nelle mani dei Borbone. Alla notizia dell’arrivo delle truppe regie S. Castromediano ed E. Valentini, cercarono di riarmare la guardia nazionale e di mettere insieme una milizia volontaria.

Epaminonda, Bonaventura, Castromediano, Salvatore Stampacchia e altri garibaldini e mazziniani salentini furono ricercati e alcuni incarcerati. Bonaventura fuggì a Corfù, Sigismondo e Salvatore furono arrestati. Epaminonda si diede alla macchia; ma sarà poi arrestato, in modo casuale. Si trovava nel suo casino di Stracca, chiuso in una piccola botola coperta da un lastrone. La moglie Rosa, interrogata e preoccupata per la salute del marito, guardava spesso verso quel tunnel; i soldati, insospettiti, ispezionarono la zona scovando Epaminonda. Il Castromediano e il Valentini vennero quindi arrestati e imputati di cospirazione commessa in illecita associazione “ad oggetto di distruggere il governo e di eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ad armarsi contro l’autorità reale” (Allocati, p. 181). Valentino Epaminonda dopo la repressione borbonica dei moti del ‘48 morirà in carcere il 30 settembre 1849 ed è sepolto nel cimitero monumentale di Lecce. Una lapide ne rievoca la memoria. In seguito alla sua morte, Rosa e Antonietta De Pace lasciano il Salento per trasferirsi a Napoli.


Ricerche a cura del dott Giovanni Greco
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AsimovSe la conoscenza può creare dei problemi,
non è con l’ignoranza che possiamo risolverli
(Isaac Asimov)

 

 

 

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