I CRAUNARI, i lavoratori del carbone nel Salento

di Giovanni Greco

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L’antico mestiere dei CRAUNARI

è completamente sconosciuto alle nuove generazioni; eppure, nonostante quel lavoro fosse indispensabile per l’approvvigionamento di riscaldamento nei mesi invernali di quei tempi, è stato anche un mestiere avvolto da una sorta di disprezzo per la povertà dal quale esso stesso veniva generato. Coloro che si dedicavano a quest’impiego, da noi meritano invece molto più “rispetto” di quello che hanno ricevuto dai loro contemporanei. In quanto la sapienza e la saggezza che veniva espressa dalla vita popolare, sono state la base della nostra Cultura salentina. Ed è stato grazie ai Craunari (che hanno condotto una vita quasi del tutto sacrificata), che il carbone ha dato sollievo a decine di generazioni. La carbonaia era un ampio cumulo di terra, dove in seguito ad un lungo processo il legname si trasformava in carbone.
Il libro “La Pietra, il Bosco, la Chiesa” di Silvano Palamà, bene illustra il lavoro dei carbonai (craunari) per produrre il carbone.carbonai-01

La città di Lecce probabilmente deve il suo nome ai boschi di leccio che è stato la fonte principale della produzione di carbone. Anche in Calmiera esisteva l’antico mestiere dei carbonai, i “craunari”.
In base ad una leggenda, Calimera sarebbe sorta in una vallata che era circondata da boschi di lecceti e querceti di rovere, di proprietà del feudo di Martano. Narra la leggenda che questi proprietari dimorassero in villeggiatura in prossimità di quei boschi in Calimera dove l’aria era salubre. Da qui deriva anche l’espressione grika “Pame sti Kalimera” : “andiamo al buon giorno per rilasciarci agli ozi”. Di quest’antico mestiere tutt’oggi è stata recuperata la festa della “Cranàra” di Calimera. L’”ambrakkiu”, era termine usato per indicare il rifugio notturno dei carbonai.

Qui in anteprima il trailer del Documentario “Skàttome Kannò – Zappiamo fumo”, di Christian Manno e Pantaleo Rielli, la nuova produzione del Parco Turistico Culturale Palmieri di Martignano e Bioglazdocfilm, all’interno del format di tutela e valorizzazione della lingua e del territorio grico “Evò ce sù”.

Il protettore dei craunari di Calimera era San Biagio, al quale nell’anno Mille fu dedicata una chiesa, come consuetudine del tempo, scavata nel sottosuolo. Questa chiesa sarà poi affrescata intorno al 1700 con San Biagio che guarisce i mali della gola. Quel bosco nella cittadina Grika favorì la nascità del mestiere dei focari, che creavano le carbonaie, e il mestiere dei carbonai (i craunari), che trasformavano la legna in carbone. Poi vi erano i partitari e i macchialùri. Con il termine partitari si indicava la “partita” ossia la “quantità di alberi acquistati all’ingrosso”. Costoro provvedevano all’approviggionamento di alberi di lecci, di ulivo, di quercia. Mentre il termine macchialùru deriva da “macchia”, ossia da : coloro che andavano alla macchia. Il legno era impiegato in ogni sua parte, dai rami al tronco alle radici che poi inseriti opportunamente nelle carbonaie divenivano carbone. Queste attività sono qui raffigurate nel libro “La Pietra, il Bosco, la Chiesa” di Silvano Palamà.

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La calotta della carbonaia veniva rivestiva con della terra e tutto intorno si creava una scala in pietra che serviva per raggiungere il foro in alto dal quale saliva il fuoco e anche per alimentare la stessa carbonaia. Con la scala poi si poteva salire sul tumulo e alimentare la brace interna nel forno della carbonaia, facendo dei buchi dal basso verso l’alto, sull’intero corpo della costruzione. La bravura, l’ingegno e la capacità (dettate dall’esperienza), consitevano anche nel disporre la legna affinchè fosse ben “stipata” per evitare che si creassero “spifferi”  che avrebbero incenerito la legna piuttosto che carbonizzarla. Dal momento dell’accensione del fuoco iniziava una vera e propria veglia per controllare la combustione, che doveva essere lenta per far si che la legna non bruciasse completamente ma solo a metà. Bisognava avere un controllo continuo sull’immissione d’aria giorno e notte per circa una decina di giorni. Il fuoco veniva alimentato e controllato fino a che la legna non era completamente carbonizzata. Si doveva interpretare il fumo che usciva dagli sfiatatoi e l’odore, per capire a che punto era la cottura della legna. Ad esempio il fumo biancastro, denso e opaco indicava che la combustione era ancora in corso e che la legna era ancora idratata. Mentre se il fumo era giallastro – marrone con un odore aspro e pungente, allora i Craunari capivano che era iniziata la carbonizzazione.

CALIMERA E I SUOI CARBONAIUmili e sempre neri di polvere di carbone, dall’odore pungente e aspro, questi onesti lavoratori erano quasi sempre fuori dal loro paese e si recavano in bicicletta, li dove c’era bisogno di creare una carbonaia. Potevano tornare presso le loro famiglie in media ogni 15 – 20 giorni. Mentre sul posto di lavoro si accampavano accanto alle loro carbonaie nel cosidetto ”ambrakkiu” che era il loro rifugio notturno. I craunari di Calimera producevano carbone per tutto il Salento sino alle provincie di Brindisi e di Taranto. Il De Giorgi li ha descritti nella sua poesia satirica “Traversando Calimera“.


a cura del dott Giovanni Greco

i miei viaggi in Europa dal 1996 al 2014 – Giovanni Greco

AsimovSe la conoscenza può creare dei problemi,
non è con l’ignoranza che possiamo risolverli
(Isaac Asimov)

 

 

 

 

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