Connessione possibile – Rapporti Badisco-Monte Latmo di Marisa Grande

a cura della dott.ssa Marisa Grande

preistoriaConnessione possibile – Rapporti Badisco-Monte Latmo di Marisa Grande

La cultura elaborata in Badisco

di Marisa Grande

Oggi tratteremo l’intrigante e affascinante tema della “Connessione possibile” per ristabilire l’armonia tra entrambi i generi, maschile e femminile e le culture occidentale e orientale. E’ un brano tratto dal libro della dottoressa Marisa Grande “dai simboli universali alla scrittura”, che fa seguito al discorso iniziato con Orione-Padre astrale e la Grande Madre.

Nel simbolismo, sinora ritenuto “oscuro” o semplicemente “astratto” degli “ideogrammi” della Grotta dei Cervi di Badisco vi sono le tracce di una compagine sociale eterogenea, che in quella grotta mise le basi unitarie di una cultura diffusa poi in tutto il pianeta, se pur con le sue naturali intrinseche varianti. Tra quei pittogrammi e ideogrammi vi sono figure “teriantrope”, ossia sciamani teriomorfi, uomini con maschere di animali, che, secondo una tradizione di origine paleolitica, rappresentavano gli emblemi che contrassegnarono per millenni le distinte etnie, compreso il “serpente”, attribuito agli Atlantidei, abitanti un’isola serpentiforme inabissata, della quale erano rimasti solo brandelli di terre emerse. Il percorso millenario indicante la diffusione di quei simboli universali offre, con una lettura comparata della storia, testimonianza dei movimenti etnici e culturali prodotti da quelle genti che hanno diffuso la civiltà nel mondo. Furono i rappresentanti di quell’umanità superstite, decimata dai cataclismi del post-glaciale, i depositari della conoscenza tramandata per mezzo di quei simboli universali, a costituire le basi di una cultura unitaria che confluì nelle grandi civiltà dell’epoca storica. Vi si possono riconoscere gli emblemi degli Europei iperborei, rappresentanti tutta l’Europa centro settentrionale, che si estende al di là delle catene montuose dei Pirenei, delle Alpi e dei Balcani, raggruppati sotto il comune simbolo della pintaderas, cioè la “doppia spirale alata”, derivata dalla “doppia spirale semplice” di origine maddaleniana, indicante l’inversione di tutti i cicli temporali (dal solare al lunare, al planetario, al siderale, fino al precessionale ed alla rinascita cosmica).
Gli Iberici atlantici sono rappresentati dal simbolo del “toro”, il Taurus già ritenuto fecondante della Grande Madre astrale e domato dalla “clessidra cosmica”, ossia l’altra immagine ed altro nome dell’antropomorfo celeste Orione, considerata la costellazione segnatempo, che si ribalta all’orizzonte.
Gli italici proto-camuni e mediterranei sono contraddistinti dal simbolo del “cervo astrale” (rinvenuto nel cielo tra più costellazioni che segnarono gli inizi dell’Olocene comprendenti anche l’Orsa Minore, che oggi indica il Polo Nord celeste), che fu adottato anche dagli Sciti e dai popoli nomadi delle steppe nella sua versione detta “al galoppo volante”.

Porto Badisco (Lecce) Grotta dei Cervi: Scena con pittogrammi in ocra rossa rappresentanti teriomorfi. L’atto del mascheramento, pratica sciamanica di origine paleolitica, è qui applicato in funzione di emblema etnico. Gli uomini con maschere di animali danzano intorno ad un centro, un contenitore che racchiude i 29 semi, prima sparsi come quelli in alto a sinistra. Il contenitore rimanda al grembo fecondo femminile ed al calendario lunare cui è associata la gestazione. I semi sparsi in alto a sinistra, se associati all’antropomorfo pinnato, indicano la provenienza dal mare di genti di etnie diverse, lì raccolte in un’unica compagine sociale e culturale, dopo la dissociazione determinata dal “grembo aperto” della dea Madre (indicato dal “determinativo” in alto a destra, un simbolo da cui deriverà la lettera G gutturale). Si riconoscono da destra: l’uomo-ibis, emblema dell’Egitto, da cui deriverà Toth il dio-ibis, l’uomo-capride (emblema della terra poi nota come Mesopotamia), le culture proto-Camuni (i “Cervi”, che fanno riferimento ad Orione.) L’origine nord-occidentale di quelle genti pervenute nel Mediterraneo a più ondate migratorie e lì raccolte per motivi di culto, è indicata dal braccio destro alzato dei due antropomorfi col capo allungato, mentre con il braccio sinistro chiuso sul fianco indicano simbolicamente l’area orientale del Bacino del Mediterraneo, quale luogo di accoglienza. (da: Archivio Hera, in “Simboli” di Marisa Grande)

I Carpato-danubiani sono rappresentati da un pittogramma a “cerchi concentrici”, d’origine paleolitico-solutreana, che faceva riferimento al grembo stilizzato della Grande Madre e che fu impiegato nei primitivi calendari lunari di nove mesi, riferiti al tempo relativo alla gestazione.
I popoli dell’Asia minore sono caratterizzati dal simbolo dei “collettivi rotanti”, adottati nelle pitture vascolari prodotte ad Hacilar, in Anatolia, e assimilati tra i caratteri della scrittura proto-altaica, aventi valore di ha+ r nella scrittura luvia e di ka nella cipriota riportata sulla Tavoletta Encomi.
I Mediterranei nord-africani sono rappresentati dal simbolo dell’uomo-uccello, riferito ad Orione, avente sia valore di hù ,come nel luvio e nei geroglifici cretesi, che di ku , come nella scrittura cipriota di Encomi, comprendente i caratteri delle lingue proto-altaiche, indoeuropee del gruppo anatolico, che presentano analogie con gli ideogrammi della Grotta dei Cervi di Badisco (v. Fig. 65 a pag. 261).

I “collettivi rotanti” si ritrovano anche dipinti sulla ceramica mesopotamica risalente al V millennio a.C., nella versione detta dei “capridi in rotazione intorno ad una pozza d’acqua”, simbolo del grembo della dea Madre e delle sue acque feconde.
I “Capridi” sono associati a forme rotanti, cruciformi, stellari e a svastica indicanti il moto dei cicli cosmici e la “ruota della vita” (rta)
Gli Egizi sono rappresentati dall’ibis, l’uccello che corrisponde all’incarnazione del dio Toth, cui furono attribuiti l’invenzione della scrittura geroglifica ed il calcolo del tempo, nel quale è implicito un “codice cosmico precessionale” tramandato attraverso il linguaggio simbolico dei pittogrammi e degli ideogrammi dipinti nella Grotta dei Cervi di Badisco.

Rapporti Badisco-Monte Latmo, in Anatolia

Il rapporto, tra la cultura maturata nella Grotta dei Cervi di Badisco e l’Anatolia, che già a partire dal X millennio a.C. aveva manifestato un grado molto elevato di civiltà stanziale urbana, con le città di Çatal-Hüyuk e di Hacilar, (i cui ceramisti adottarono una forma schematizzata di collettivi rotanti, aventi valore fonetico di ha+ r) , oggi è ulteriormente dimostrato dalle più recenti scoperte archeologiche, avvenute in Turchia.
Dal 1994 sono stati rinvenuti, sparsi sulle pendici del monte sacro dell’Anatolia occidentale, il Monte Latmo, 140 esemplari di pitture rupestri, con oltre 500 figure umane schematiche, femminili e maschili ed in più animali, quadrupedi e rettili, impronte di mani e simboli astratti, tra i quali: puntini, linee rette e a zig zag, ondulate, reticoli, meandri, motivi circolari, rettangolari, romboidali, cruciformi, figure a forma di V e anche di fiore. Le pitture sono state datate al VI millennio a.C. e classificate come scene rappresentanti feste di primavera e cerimonie nuziali, con riti cerimoniali celebranti la fecondità per mezzo di accoppiamenti sacri (lo hieros gamos dei greci). Nello studio sistematico, iniziato nel 1998, le scene complesse con molte figure umane stilizzate sono rapportate anche ai culti locali dedicati al dio della tempesta, alle cerimonie magiche ed ai riti iniziatici, ma si riconosce anche in loro un contenuto simbolico. Si fa riferimento agli antichissimi miti dell’Asia Minore, che trovavano nella sacralità del Monte Latmo lo scenario ideale per essere praticati e trasmessi. All’interno delle scene rituali con antropomorfi danzanti si distinguono le poche figure con lieve tendenza naturalistica, dalle molte figure, maschili e femminili, schematiche, tendenzialmente geometriche ed astratte. A tali caratteristiche si aggiunge un’originale conformazione delle teste, rese a doppia linea con andamento a zig-zag, quasi dovesse trattarsi di teste alate, ed altre, poche, a forma di T .
L’archeologa Annelise Peschlow-Bindokat, scopritrice del sito, sottolinea il richiamo a forme simili presenti nella pittura rupestre della penisola iberica, ma ritiene inspiegabile l’analogia, che, invece, si può giustificare con l’influsso della cultura millenaria di origine franco-cantabrica, che diffuse lo stile schematico nel Mediterraneo ed operò nella penisola salentina con incisioni tipiche, rinvenute agli inizi del secolo scorso nella grotta costiera adriatica Romanelli. Ne derivò la denominazione romanelliana per quell’arte rupestre, nella quale, per analogie stilistiche, abbiamo fatto anche rientrare i reperti mobiliari con incisioni geometriche volutamente frantumati nella Grotta delle Veneri di Parabita e le prime pitture schematiche ed astratte della Grotta dei Cervi di Badisco, facendo riferimento al pettiniforme dipinto su un ciottolo rinvenuto nella stessa Grotta Romanelli, che rappresenta quasi una firma di quella cultura.
Nelle figure rupestri del Monte Latmo, associati alle figure umane, vi sono, infatti, molti simboli di origine romanelliana che erano già presenti tra i frammenti incisi della grotta delle Veneri di Parabita e nella Grotta dei Cervi di Badisco, come il tremulo, le figure a catena, i tappetiformi, i reticoli a losanghe, il tridente, il raggruppamento dei semi, i cembaliformi, i collettivi rotanti, i pettiniformi e le impronte di mani.

1- Annelise Peschlow-Bindokat, Antiche immagini dell’uomo – Le pitture rupestri del Latmo (Turchia occidentale),Verlag Philipp Von Zabern – Mainz am Rhein, 2003, pag. 49

046 -Monte Latmo figure e simboli pag 224

Anatolia (attuale Turchia), Monte Latmo (VI millennio a.C.): pitture rupestri riproducenti figure umane, maschili e femminili, con “testa alata” e simboli derivati dagli ideogrammi della Grotta dei Cervi di Porto Badisco. (Elaborazione di Marisa Grande)

Quasi tutte le pitture rupestri di Monte Latmo sono a più colori, con una gamma che varia dal giallo al rosso, al bruno, con tocchi di bianco. Sono state dipinte all’esterno su parti alterate o fratturate della superficie rocciosa, sfruttando a volte le alterazioni caratteristiche del gneiss, che conferiscono al Monte Latmo un particolare fascino, suggerendo l’idea di essere popolato da animali o da demoni, che possono prendere vita emergendo dalla roccia come sculture naturali. Alcune pitture sono anche all’interno di piccole cavità, camere rupestri dalle pareti cariate, con incavi che richiamano le più recenti volte a cassettoni. I luoghi prescelti per le pitture sono sempre associati ai corsi d’acqua, l’elemento naturale che rimanda alle acque primeve della Madre Terra ed ai riti di purificazione dedicati alle divinità preposte alla fertilità.

047- Monte Latmo Simmetria rotante pag 225

Sistema compositivo con simmetria rotante nelle scene di pitture rupestri del Monte Latmo, da riferirsi ad una impostazione di carattere cosmologico.
(Elaborazione di Marisa Grande, da: Anneliese Peschlow-Bindokat .Antiche immagini dell’Uomo)

Le figure appaiono spesso in coppia, tracciate con andamento filiforme, anche se la donna ha frequentemente le caratteristiche steatopigie, che la rendono più verista rispetto alle figure filiformi della Grotta dei Cervi di Badisco.
Lo stile appare sicuramente più maturo rispetto alle pitture nere di Badisco, più prossimo a quelle dei teriomorfi dipinti con ocra rossa.
Le scene sono strutturate in composizioni che denotano un’articolata distribuzione spaziale, suggerita dal supporto rupestre, ma funzionale al racconto. Il segno appare deciso e la stilizzazione fortemente geometrizzante. Tali elementi fanno ascrivere le pitture del Monte Latmo a pittori appartenenti ad un ambiente sociale strutturato e rendono la loro produzione finalizzata ad un culto dai rituali standardizzati e compresi in regole precise. Il linguaggio usato sembrerebbe perciò ufficializzare segni e simboli faticosamente assemblati ma già volutamente associati nella cavità di Badisco per stabilire un connubio coerente tra immagini antropomorfe e zoomorfe e simboli di valenza universale, di più antica origine.
Nella maggior parte delle pitture del Monte Latmo le scene sembrano, perciò, essere collegate a riti religiosi di un culto reso programmaticamente sincretico, poiché celebrante entrambe le divinità, femminile e maschile, senza optare per l’una o per l’altro, come avveniva in altre culture. Orione e la Grande Madre sono rappresentati insieme nelle simboliche danze, in coppia per propiziare la fecondità a favore di una civiltà strutturata e basata sulla famiglia. Le pitture anatomiche esprimono, quindi, la connessione “possibile” tra una cultura occidentale patriarcale, che praticava il culto di Orione e quella dell’Oriente neolitico già evoluto da millenni, dove la donna esercitava il dominio sulla propria famiglia all’interno di una comunità resa precocemente stanziale dalla pratica delle tecniche neolitiche. Il “matrimonio sacro” cui fanno riferimento le pitture propiziatorie del Latmo è da intendersi come un atto consapevole derivato dalla volontà di una civiltà composita, che stretta in unità pacifica, riteneva di intercedere con un atto congiunto per ottenere da entrambe le distinte divinità loro protettrici il dono della fecondità, sia maschile che femminile. Le caste sacerdotali che curavano i riti del luogo sembravano essersi rifatti all’idea religiosa più matura di un’azione cosciente e concorde dei protagonisti della coppia divina, di Orione e della Dea Madre, preposti insieme al riordino dei cicli cosmici. Entrambi sono, infatti, rappresentati con figure dalla “testa alata”, indice del medesimo ruolo di custodi dei cicli cosmici. Entrambi sono “divinità-uccello”, le cui ali aperte avevano la medesima funzione di misurare all’orizzonte la massima ampiezza del percorso apparente del sole, compreso tra i due solstizi.
Le pitture del Monte Latmo, risalenti al VI millennio a. C., attestano che nelle società patriarcali neolitiche antidiluviane le divinità-uccello derivavano direttamente da Orione/Hu-Ku, già dipinto nella grotta dei Cervi di Badisco.
Dopo il passaggio precessionale del V millennio a. C., in Egitto la divinità-uccello divenne il dio-falco Horo, in Mesopotamia Marduk, coadiuvato dall’eroe Gilgamesh, cui fu attribuito il simbolo del “Sole alato”. Per l’India, che faceva riferimento ai testi sacri Veda, fu Mitra, il “Sole invitto”, un appellativo veicolato poi in Occidente dall’imperatore Costantino e attribuito, dal 313 d.C., alla figura di Cristo.

(Tratto dal libro di Marisa Grande “Dai simboli universali alla scrittura”, Besa 2010, pp.259-268 – protetto da Copyright)

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