Cenni sui principali terremoti e maremoti in Puglia – 1627 – 1646 – 1657 – 1688 – 1743

di Giovanni Greco

Il 30 luglio 1627 in Puglia lungo il Gargano si scatenò un forte terremoto e maremoto – che raggiunse il X grado della scala Mercalli con circa cinquemila morti e altrettanti feriti.

14908198_10202370881551541_4155415506942898439_nCarta delle città della Capitanata colpite dal terremoto del 30 luglio 1627 [illustrazione di M. Greuter 1627]

Tre giorni prima di questo terremoto ci fu un eclissi di luna che secondo la popolazione dell’epoca era un presagio della catastrofe.
cfr ; http://meteoterremoti.altervista.org/blog/terremoti/i-terremoti-storici-della-puglia/
Antonio Lucchino, un abate di San Severo, così descrisse il terribile evento che capitò quel giorno: “S’udì muggir la terra non a guisa di un toro, ma d’un grandissimo tuono che non se ne può dar comparazione, poiché offuscava l’udito e la mente e subito si vide ondeggiar la terra, a guisa che sogliono le onde nel maggior agitamento del mare“. Dal “Catalogo dei forti terremoti in Italia dal 1461 a.c. al 1990 dell’Istituto Nazionale di Geofisica Italiano“, apprendiamo che il 30 luglio del 1627 nel Gargano c’è stato un violento sisma, Ad esso fece seguito un terrificante tsunami che sconvolse la morfologia della provincia di Foggia. Il Tavoliere delle Puglie fu quasi interamente sommerso dalle acque del mare. L’intensità massima di quel terremoto (complessiva di diverse scosse) raggiunse il X grado della scala Mercalli, quindi fu superiore ai terremoti  dell’Aquila, dell’Irpinia e del Friuli, e causò fratture nel terreno, variazioni nel regime idrico delle acque sotterranee ed un forte maremoto lungo le coste della Puglia e del Molise. Un’ondata di maremoto (tsunami) colpì il tratto di costa prospiciente il lago di Lesina, il litorale di Manfredonia e la foce del fiume Sangro. Il maremoto causò l’allagamento della pianura tra Silvi e Mutignano e l’inondazione delle campagne di Sannicandro Garganico; non si hanno notizie di vittime. Gli effetti furono particolarmente distruttivi nella zona di Lesina e San Severo, ed è l’evento storicamente più famoso della Capitanata. I centri maggiormente danneggiati furono Apricena (oltre 900 vittime), Lesina (150), San Paolo di Civitate (circa 400), Serracapriola (2000 morti), San Severo (800) e Torremaggiore. A San Severo tutte le costruzioni e le torri furono distrutte. Lungo il litorale fra San Nicandro e la foce del fiume Fortore, vicino al lago di Lesina, il mare si ritirò per circa 3-4 chilometri per poi sommergere il litorale. A Manfredonia, invece, le onde anomale raggiunsero un’altezza pari a 2,5 metri al di sopra della terra.

Risalgono al terremoto che sconvolse la Puglia, ed in modo particolare il Gargano nel 1627, le mappe attribuite a Greuter e a De Poardi che riportano una distinzione del grado di danneggiamento. Si riconoscono nella mappa almeno 4 livelli di danneggiamento sintetizzati in: “tutta rovinata distrutta; la maggior parte rovinata; la metà rovinata; quarta parte danneggiata”.

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Gli effetti del terremoto del 1627 in Puglia [illustrazione di Giovanni de Poardi, 1627]

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Giovanni da Poardi, Nuova relatione del grande e spaventoso terremoto successo nel Regno di Napoli, nella provincia di Puglia, in venerdi alli 30 Luglio 1627. Roma, 1627.
cfr: http://amaraterra.blogspot.com/2013/07/il-terribile-terremoto-del-30-luglio.html#ixzz4P942ymou


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Frontespizio di una relazione anonima sugli effetti del terremoto del 30 luglio 1627 (Centro di Documentazione – Servizio Sismico Nazionale)
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Riproduzione delle pagine relazione anonima sul terremoto del 1627 (Centro di Documentazione – Servizio Sismico Nazionale)

Al terremoto e maremoto del 1627 fece seguito un secondo terremoto, diciannove anni dopo; nel 1646.

La distribuzione degli effetti di danneggiamento causati dal terremoto del 31 maggio 1646 nella sua porzione più occidentale va a sovrapporsi all’area maggiormente danneggiata dall’evento del 30 luglio 1627. Alcune località che erano state quasi completamente rase al suolo dal primo terremoto, diciannove anni più tardi subirono nuovi gravissimi danni (Serracapriola, Torremaggiore) o danni più contenuti ma comunque rilevanti (San Severo, Apricena); altre ancora, che già nel 1627 avevano riportati gravissimi danni e numerosi crolli, col secondo terremoto di una ventina di anni dopo furono quasi completamente distrutte (Sannicandro Garganico, San Giovanni Rotondo, San Marco in Lamis, Rignano Garganico, Canosa di Puglia); infine ci furono località che subirono un quadro di danneggiamento simile in entrambi i terremoti (Foggia, Ascoli Satriano, Bovino).


L’intensa attività sismica nel Gargano e nella Capitanata non si concluse con i terremoti del 1627 e del 1646. Forti eventi sismici interessarono tutta quest’area anche nei decenni successivi. La stessa ricerca storica che ha permesso di rivalutare completamente quell’evento, infatti, ha portato anche a scoprire o a rivalutare altri tre terremoti significativi che, dopo il 1646, nel giro di poco più di 40 anni (1647, 1657 e 1688) colpirono a più riprese il Gargano e che fino a quel momento erano stati in parte dimenticati, sottovalutati, o addirittura risultavano del tutto sconosciuti (Camassi et al., 2008).

nuova-relazione_figura_3Una fonte storica coeva all’evento del 1646 (Nuova Relatione…, datata 1646) parla di tre scosse distinte avvertite nello spazio di un quarto d’ora del “grande e spaventoso TERREMOTO successo nella Provincia della Puglia e in molti luoghi della Calabria. Amatrice. e in Acumulo”. Amatrice quindi era già stata interessata da queste scosse sismiche.


Altre scosse telluriche, con conseguenti maremoti di minori dimensioni, si verificarono poi nel 1731, con aumento del livello del mare da Siponto a Barletta, e nel 1889, quando il mare del Gargano ebbe solo un leggero sussulto. (…) Gli tsunami comunque non sono stati infrequenti nell’area del Gargano, sebbene per frequenza s’intenda quella cara ai geofisici, che considerano intervalli di millenni tra un fenomeno e l’altro. In una relazione in inglese a cura dell’Ingv – intitolata «Identificazione delle
caratteristiche di liquefazione e dei depositi di tsunami nella zona di Gargano (Italia)» (De Martini P.M., P. Burrato, D. Pantosti, A. Maramai, L. Graziani e H.) – si legge che per definire meglio il rischio nella regione del Gargano è stata cercata la prova geologica dell’ondata del 1627 e di quelle precedenti, analizzando gli strati del terreno a Nord a Sud della zona di Lesina. «In totale – si rileva – sono stati individuati sei depositi potenziali di tsunami, probabilmente relativi a sei terremoti, in due zone». La datazione col radiocarbonio di tre di questi depositi «suggerisce un intervallo medio di ricorrenza di 1700 anni per gli eventi di tsunami sul litorale nordico del Gargano e di 1200 anni sul litorale di Manfredonia». cfr : http://www.mondimedievali.net/Rec/maremoto.htm


Dal latino terrae motu, “movimento della terra”, il terremoto è un rapido scuotimento del suolo causato dalla fratturazione delle rocce sottoposte a sforzo. I principali parametri che caratterizzano la sorgente di un terremoto sono l’ipocentro – il punto all’interno della Terra in cui ha inizio il processo di fatturazione delle rocce – l’epicentro – il punto sulla superficie terrestre corrispondente, lungo la perpendicolare, all’ipocentro – e la stima dell’energia rilasciata dal processo di fratturazione. Sin dall’antichità, l’uomo ha sempre cercato di ideare un metodo per classificare i terremoti. Il metodo utilizzato dal XVI secolo fu quello di catalogare i terremoti sulla base degli effetti che esso produce, assumendo implicitamente che più danni produce, maggiore è la forza di un terremoto. Dopo gli eventi sismici distruttivi avvenuti nel XVIII secolo in Europa, gli studiosi dell’epoca ebbero la necessità di classificare i terremoti in funzione della gravità dei loro effetti. Questo ha portato alla definizione delle scale di intensità dei terremoti, introdotte prima della diffusione di strumenti per misurare l’energia di un sisma; a quell’epoca infatti una valutazione poteva essere fatta solo osservando e classificando gli effetti prodotti sull’uomo, le costruzioni e l’ambiente. Una delle prime scale fu redatta da Domenico Pignataro, un medico italiano che, analizzando i terremoti avvenuti in Italia relativi all’arco temporale 1783-1786, li classificò sulla base dei danni prodotti e del numero delle vittime, riunendoli in 4 categorie: leggero, moderato, forte e fortissimo. Il metodo utilizzato in questa scala, anche se molto semplice, si diffuse rapidamente e, a partire da essa, molti studiosi proposero nuove e più dettagliate scale di intensità. La prima scala di intensità dei terremoti elaborata con criteri analoghi a quelli utilizzati attualmente fu redatta da P.N.G. Egen nel 1828. La scala d’intensità elaborata da Michele Stefano de Rossi e Francois Alphonse Forel nel 1883, costituita da dieci gradi, fu quella più diffusamente adottata nei decenni fino ai primi anni del ‘900. Proprio da questo schema di classificazione Mercalli cominciò ad elaborare la sua scala, proposta alla comunità scientifica e adottata nel 1902 dalla Direzione dell’ufficio Centrale di Meteorologia e Geodinamica di Roma (Mercalli, 1902). Gli originari dieci gradi di questa scala, furono successivamente estesi a 12, su proposta del geofisico italiano Adolfo Cancani [Cancani, 1904] e successivamente aggiornata dal geofisico tedesco August Heinrich Sieberg, diventando così la scala Mercalli-Cancani-Sieberg, abbreviata con MCS [Sieberg, 1930]. Questa scala è rimasta nota come Scala Mercalli. Tutte le scale di intensità, comprese quelle più moderne, utilizzano per classificare un terremoto gli effetti prodotti sull’uomo e sui manufatti, osservazioni, queste, qualitative e con una certa dose di soggettività dovuta all’osservatore.
Per molti anni comunque si è cercato di dedurre l’energia rilasciata all’ipocentro da un evento sismico sulla base di quelle che erano gli unici dati raccolti con sistematicità. Questo criterio è, nei fatti parziale, in quanto gli effetti prodotti da un terremoto dipendono da diversi fattori quali, la profondità ipocentrale, caratteristiche geologiche locali, diffusione e tipo di costruzioni, distribuzione della popolazione.

cfr : miscellanea24.pdf pag 98
http://istituto.ingv.it/l-ingv/produzione-scientifica/miscellanea-ingv/archivio/numeri-pubblicati-2014/2014-10-20.8608963544

Il devastante terremoto di Nardò del 20 febbraio 1743 – BelSalento


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non è con l’ignoranza che possiamo risolverli
(Isaac Asimov)

 

 

 

 

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