Afrodite-Venere e Afrodite-Messapica l’ellenizzazione – culto e mito in Terra d’Otranto

di Giovanni Greco

TESTA DI AFRODITE (Taranto – Museo Archeologico Nazionale IV sec.a.C.)

Afrodite e l’ellenizzazione del Salento

In particolare nel Parco Archeologico di Saturo presso Taranto, si può visitare visitare l’insediamento di Saturo e della sua Baia, che fu luogo di culto in onore di divinità femminili come Satirya, Gea, Afrodite Basilis e Athena.

Fra il VII – VI sec. a.C. nel Salento è stato presente il culto pagano di Afrodite, dea dell’amore e della bellezza. Venere è il nome latino della dea, che per i romani corrispondeva alla greca Afrodite. Importanti tracce dei rapporti con il mondo Greco – Ellenico, sono reperibili nel nord Salento. Ad esempio parti di testa in una statua in marmo raffigurante la dea Venere, furono rinvenute nella masseria “Monicantonio” in agro di Campi salentina (sulla SP 104 Guagnano-Cellino San Marco – in quel sito si insediarono dei monaci basiliani) e nelle immediate vicinanze venne rinvenuta una stele lapidea della tomba di una sacerdotessa di Afrodite, con una iscrizione funeraria incisa in alfabeto messapico (La lastra misura cm 85 di lunghezza, 39 di altezza con uno spessore di cm8. Sono leggibili le lettere che formano la frase “Millanoas Tabaroas Aproditiouas” L’iscrizione ci rimanda pertanto ad una persona vissuta intorno al IV sec. a.C dedita al culto della dea Ana-Afrodite.). Entrambi i reperti sono custoditi presso il Museo Archeologico Nazionale di Taranto.
Sempre in agro di Campi, Madonna dell’Alto, tra i comuni di Campi Salentina, Cellino San Marco e Squinzano, sembra sua stato un santuario dedicato al culto pagano di Afrodite.
Iscrizioni simili sono state rinvenute in Ceglie e Oria e ciò permette di pensare alla diffusione più o meno ampia del culto della dea Afrodite. L’area di Bagnara insiste a pochi chilometri dalla via messapica – romana rinvenuta e catalogata nel 1987 che si dirige verso S.Donaci, per poi scendereverso sud dirigendosi verso Otranto – Badisco – Leuca ed è quindi probabile la presenza di un luogo di culto minore sull’asse viario, oltre che le testimonianze di presenze dell’età del ferro rese dai menhir Candido e Sperti.

Madonna dell’Alto – Campi Salentina – Servizi di BelSalento

Il 1859 viene scoperto il tempio di Afrodite a Muro Leccese. Il cav Maggiulli sarà il primo a descriverlo

Il 19 aprile del 1859, in un fondo di Muro Leccese un contadino portò casualmente alla luce un fonte lustrale in pietra leccese. Lo studio dello storico murese Luigi Maggiulli (1828-1914) concluse la trascrizione di un’iscrizione sul suo bordo, graffpita in caratteri messapici: “HANΩORIAS SANAN ANAN APRODITAN MA” (cfr.CIM, Ribezzo), che significherebbe: “Hanqorias alla dea madre Afrodite donò”. Questa fonte lustrale è attualmente ospitata e visitabile presso museo di Muro Leccese. Muro è stata una delle maggiori città dei Messapi già sin dal VI sec. a.C. Il Maggiulli con i suoii scavi scoprirà un antico tempio di forma circolare con un altarino e una statuetta bronzea alta tredici centimetri priva della testa, una colonnetta probabile base di appoggio. Poi una tomba con scheletro e una moneta d’argento di Taranto sul teschio e ai piedi una di Terina, antica città calabra. E ancora due frammenti di vaso su uno dei qualii è dipinta in bianco su fondo nero, la figura di un uomo in groppa a un cavallo alato. Il Maggiulli concluse che si trattasse di un tempietto messapico dedicato ad Afrodite (Venere per i latini), e che la statuetta rinvenuta rappresenti una dea per l’abbigliamento femminile.

Il culto di Afrodite si intreccia con la mitologia Greco – Ellenica quindi del nostro BelSalento. Enea (greco: Αἰνείας Aineías; latino: Aenēās, -ae) è una figura della mitologia greca e romana, figlio del mortale Anchise (cugino del re di Troia Priamo), e di Afrodite/Venere, dea della bellezza. Ed Enea sbarcò in Italia nell’attuale Salento, a Castro. Dopo aver assistito al terribile arrivo del ciclope Polifemo.

Come ci ricorda l’amico Oreste Caroppo “Antro di Afrodite”  “… l’esegesi delle antiche fonti greche e romane, dati toponomastici e oggi anche tante scoperte archeologiche recenti permettono non solo di affermare con certezza la presenza di un Athenaion sulla rocca della città di Castro, città non a caso chiamata in epoca imperiale romana “Castrum Minervae” (Minerva è il nome della Dea romana corrispondente alla Dea greca Atena), ma anche di identificare con il sito costiero di Castro quello del primo sbarco dell’eroe troiano Enea sulla terra italica raccontato dal grande poeta latino Virgilio nella sua grande opera epica chiamata l’Eneide; sbarco narrato anche da altri antichi autori greci e latini.
Ora, secondo il mito greco e latino antico Enea era figlio proprio della dea Afrodite (Venere è il nome latino della Dea della bellezza corrispondente per i romani alla greca Afrodite); Enea l’eroe alle cui imprese in Italia sono legate le origini della città e della conseguente potenza di Roma, la grande Urbe!
Le fonti antiche pertanto affermavano che quel primo luogo dello sbarco di Enea in Italia, ai piedi della rocca sulla quale si ergeva il tempio di Atena, dall’eroe troiano semidivino prese il nome proprio di “Porto di Afrodite” (o equivalente mente “Porto di Venere”).

La Messapia, pur mantenendo una certa indipendenza rispetto alle influenze straniere, subì il fascino, culturale e politico, che l’Ellade esercitava su molti paesi che si affacciavano sul Mediterraneo centro-orientale. Sebbene spesso i rapporti tra mondo greco e l’area salentina siano stati all’insegna delle lotte, tuttavia nel settore dell’arte e soprattutto della religione le due civiltà toccarono notevoli punti d’incontro e di sincretismo. Un esempio importante ci è dato dai rinvenimenti recenti di Castro, con la scoperta del bronzetto della dea Athena. Il dio “Taotor Andirao” la dea “Bama”, che rappresentavano rispettivamente le divinità maschili e femminili, avevano la loro dimora di culto a Rocavecchia, nella “Grotta della Poesia”. La presenza del culto di Afrodite è appunto presente fra le grotte di Leuca, nella Grotta della “Porcinara”, di notevole importanza storico archeologica, scavata in tre ambienti, con incisioni di iscrizioni alle divinità pagane. Erano qui adorati il dio Batas, sovrano della folgore e della luce, il dio Giove, Afrodite, Madaraus, Rhedon e nomi di navi. Sul nome “Leuca”, sotto il termine “λέυκασ” appaiono due località: una è la Leuca salentina, l’altra è un’isola greca sulla Ionio, Lefkada. La documentazione epigrafica del culto di Afrodite, ci ha restituito quella dedica alla dea Afrodite, ricordata come la dea di Efeso, restituita dai graffiti della Grotta della Porcinara presso il capo di S. Maria di Leuca (vd. infra), l’antico promunturium Iapygium.
Anche i giochi da tavolo degli antichi Greci come la “Petteia” e i “Dadi”, furono tramandati anch’essi sulle coste salentine; ed hanno un’attinenza con Afrodite. Il “colpo di Afrodite” si aveva lanciando in aria gli astragali. Ma anche le colombaie salentine erano in onore alla dea Afrodite. cfr : Le colombaie del Salento meridionale. Rilievi e documenti in “Colombaie : architetture rurali o architetture regali?” di Vincenzo Cazzato


A Malaski venne ritrovata un’epigrafe di una pietra tombale di Millanoa, sacerdotessa di Afrodite messapica. Ben diversa da Afrodite ellenica

Di Tania Pagliara

cfr : http://www.iltaccoditalia.info/2013/06/02/malaschi-e-millanoa-sacerdotessa-di-afrodite-messapica/

pozzo malaski

(nella foto in alto: Casolare Malaski) L’agro Malaschi si trova nel parco del negroamaro, nella cupa delineata dai pendii della serra della madonna dell’Alto. Confina, andando verso San Donaci, con la terra dei San Giovanni, che porta alla Masseria Carritieddri, andando verso Squinzano con il paese fantasma ‘la Giuanneddra’. Malaschi è la denominazione catastale del luogo, chiamato dalla popolazione in salentino ‘limmalaka’ o ‘limma malaka’. Il nome deriva dal greco limma malakès che vuol dire ‘bacino delle malve’. Ciò tramanda che in epoche antiche lì vi era un bacino di acqua dolce, dimostrabile dalla terra limmatica e fertilissima e dalla pendenza dei canali d’acqua. Per quanto riguarda la malva numerose sono le interviste che tramandano che malaski era il luogo dove si doveva raccogliere la malva per i medicinali. E’ usanza contadina raccogliere le erbe in un determinato luogo e tempo, ciò tramanda riti e miti del posto.

casa delle camene

Il pozzo di Malaschi Purtroppo sulla malva le nostre donne non hanno voluto darmi risposta, se non che da quest’erba si facevano digestivi. La malva non ha principi psicoattivi, eppure di tanto in tanto si trovano citazioni storiche che l’associano agli inferi. In Basilicata, invece, è stato tramandato un intruglio di malva, vino ed una bulbosa chiamata fiore di Persefone. Eppure proprio a Malaski venne ritrovata un’epigrafe di una pietra tombale di Millanoa, sacerdotessa di Afrodite messapica. Un luogo sacro ad Afrodite, quindi, non alla Kore, ma la nostra Afrodite, almeno nella cupa, è ben diversa dall’Afrodite ellenica.

casa delle camene

Casa delle Camene Del ritrovamento ne parla Ciro Santoro in “Nuove epigrafi messa piche”. Non so per quale ragione le indicazioni sul “casino” dove venne ritrovata l’epigrafe del documento del Santoro sono sfalsate; la descrizione dell’edificio è invece dettagliata e coerente, se non l’omissione che il Palazzo sorgeva attaccato ad un altro edificio molto più antico. Il prof Calabrese lo aveva datato XVI sec dC, il Santoro vecchio di “qualche secolo”, ma dell’edificio più antico nessuna parola. Casa delle camene Mi ritrovai casualmente al ritrovamento.

casa delle camene

La casa ricorda il tempio delle Camene e così veniva chiamata dagli storici locali ed appassionati di antichità, una casa degna comunque di essere salvata. La pietra tombale era stata riutilizzata come supporto al secondo piano di un tettuccio, precedentemente, qualche secolo prima, era stata segata in due ed una parte utilizzata per una fornace. Sento sempre una forte emozione nel ricordare un’epigrafe ritrovata in una casa che ricorda il tempio delle Camene, ai margini di uno stagno prosciugato, con sopra scritto: MILLANOAS TABAROAS AFRODITIOVAS (A MILLANOA SACERDOTESSA DI AFRODITE). Il Santoro ha datato l’epigrafe IV sec ac; è interessantissimo il suo studio linguistico e l’osservazione che il nome Millanoa ricorda il romano Milla, è un nome che non era mai comparso in lingua messapia.

Casa delle camene Dalle mie indagini etnologiche risulta che proprio da malaschi ritornavano in paese le credenze pagane. L’estate, fino agli anni ’60 , si andava a villeggiare in campagna. Malaschi e la giuanneddra diventavano un unico paese, il cristianesimo conviveva, soprattutto per le donne, con il paganesimo.

casa delle camene

Casa delle camene – Quando ero piccola, negli anni 40, l’estate vivevamo a LIMMALASKA, noi avevamo un casolare, piccolissimo, ma ci adattavamo. Molti dormivano nelle pajare, che prima erano numerose nelle campagne. I ricchi avevano i casini rossi, ma ci invitavano alle feste. La giuannedrra era un vero e proprio paese, loro ci aspettavano, ci raccontavano le cose degli antichi, ci portavano sempre ‘alli carritieddri’, ‘alli veli’ ed ‘alla casa te li pajari’. La giuanneddra era proprio un paese, piccolo quanto un vicolo, avevano anche i numeri civici. Non avevano chiesa, la messa lì la dicevano le donne, mia nonna mi diceva che lì battezzavano anche le donne. L’estate ‘Limmalaska’ e la giuanneddra diventavano un unico paese. La domenica ci portavano alli carritieddri, dove c’era una piccola chiesetta e lì ci dicevano messa a modo loro. Poi negli anni ’50 costruirono la loro chiesetta dedicata a San Pompilio, perché il santo andava in quelle campagne per portare pane e si univa a loro. -Mia suocera era di Limmamalaska, lei mi mise in contatto con i guaritori per la medicina delle ‘gnofie (riti ergotici di prosperità della donna). -Quando dormivamo l’estate a Limmalaska le nostre nonne cambiavano. Diventavano le matrone delle pajare e, quando un serpente entrava, loro lo prendevano per la testa e lo mandavano via. In una campagna vicino a queste zone venne ritrovata una meravigliosa testa di Afrodite del IV sec aC. Doveva essere la Venere della nostra Millanoa. Sapendo che il volto delle dee era rappresentato con il volto delle sacerdotesse, ho provato a risalire al volto di MiLLANOA o MILLA, PER IMMAGGINARLA CORRERE SU CAVALLI BIANCHI CON IL FUOCO TRA LE MANI CONTRO LE PALE EOLICHE CHE STANNO PER INVADERE I LUOGHI SACRI A LEI ED A NOI. ANA APRODITIOVAS


Riguardo la ellenizzazione del Salento cito anche
“Giungerà presso la schiera armata degli Iapigi e alla vergine di Squillace recherà in dono […]”.
Commento:
Licofrone, tragediografo greco vissuto probabilmente nel II secolo d.C., è autore di una lunga e oscura profezia in versi attribuita a Cassandra, la profetessa di Apollo che nessuno riteneva degna di fede. Il soggetto di questi versi è il principe spartano Menelao, fratello di Agamennone, e marito di Elena. La profezia di Cassandra verte qui sull’attribuzione di un lungo viaggio di ritorno, nóstos, a Menelao dopo la guerra di Troia; un viaggio che toccherà anche la terra degli Iapigi, ossia la Puglia meridionale, il Salento. La Vergine di Squillace, infatti è Atena/Minerva, la divinità che dà il nome ad un centro del Salento che i Romani, conservando probabilmente l’antichissimo nome greco, Athenáion (tempio di Atena), ribattezzarono Castrum Minervae (odierna Castro e Castro Marina), ossia rocca (fortificata) di Minerva. Per la menzione dell’Athenáion.

T3 = Virgilio Aen. 3, 530-536 [cfr. infraEnea T2] = 118 L.
“Si rafforza la brezza desiderata, e il porto, ormai vicino, si apre; sulla rocca appare un tempio di Minerva. I compagni ammainano le vele e dirigono le prue verso la spiaggia. Il porto è curvato ad arco dal flutto orientale; le rocce protese spumeggiano di spruzzi salmastri, ma l’insenatura è al riparo; gli scogli, alti come torri, abbassano le braccia in un duplice muro; il tempio si trova più nell’interno rispetto alla riva”.
Commento:
L’Eneide conserva memoria della collocazione salentina dell’Athenáion, presso il Capo Iapigio, il promontorio della Iapigia antica (Capo di S. Maria di Leuca). Enea e i compagni giungono in prossimità della costa pugliese in vista di unporto naturale, ossia un’insenatura bassa e protetta rispetto al mare aperto dalla presenza di due alte mura di scogli. Il tempio di Atena, dice Virgilio, si trovava non sulla costa, ma più all’interno, probabilmente in corrispondenza della costa rocciosa che si staglia dietro la rada protetta.
T4 = Dionigi di Alicarnasso 1, 51, 3 [cfr. infra Enea T3] = 134 L.
“Ormeggiarono presso il promontorio della Iapigia, allora detto Salentino; con le rimanenti navi approdarono presso il cosiddetto Athenaion”.
Commento:
Dionigi di Alicarnasso, retore e storico greco vissuto nel I sec. a.C., scrisse una storia di Roma dal titolo Archeologia romana. Anche Dionigi conserva memoria dell’approdo protetto in corrispondenza del Capo Iapigio, noto anche per la presenza dell’ Athenáion. In questo luogo lo storico greco ripercorre un tratto mitologico della storia della fondazione di Roma, ossia quello della sua fondazione per mano di Enea e dei compagni approdati nel Lazio dopo un viaggio irto di peripezie, che avrebbe conosciuto anche una tappa nel Salento, così come narra anche Virgilio
T1 = Varrone fr. 1 P. = Servio Danielino Aen. 2, 166 [cfr. infra Cassandra T3]
“Quando in seguito Diomede entrò in possesso del Palladio, ritenendo che esso non spettasse a lui a motivo dei pericoli che, secondo quanto aveva appreso dai responsi, l’avrebbero sempre assillato se non l’avesse reso ai Troiani, tentò di offrirlo a Enea che passava per la Calabria. Ma poiché questi, durante un sacrificio con il capo velato, si girò, un certo Naute prese la statua: è questo il motivo per cui i riti sacri di Minerva non spettarono alla stirpe giulia, ma a quella dei Nauti”.
Commento:
L’Adriatico, con Enea, si arricchisce della saga di un altro eroe troiano oltre ad Antenore. Le sue acque sembrerebbero essere state prescelte per l’approdo degli eroi troiani che nell’epica greco figurano come ‘traditori’. Come non è azzardato ipotizzare che, prima del Tirreno, l’Adriatico abbia conosciuto l’approdo della leggenda delle navigazioni di Odisseo [cfr. infra Odissea], così non è azzardato affermare lo stesso per questo ‘diverticolo’ della leggenda di Enea.
Esiste, infatti, una tradizione che lo fa giungere al Capo Iapigio [Capo S. Maria di Leuca: T2.T3] e più in generale in area apula (T1). Dionigi di Alicarnasso (T3) attesta che uno degli scali presso i quali fece sosta la flotta di Enea fu la rocca con il tempio di Atena (l’Athenáion) al Capo Iapigio, nei pressi del ‘porto di Afrodite’ [cfr.supra Afrodite. Atena]. A differenza di Virgilio [cfr. infra Idomeneo], Dionigi ritiene che la flotta di Enea non sia sbarcata in un unico punto della costa italica, ma in due luoghi distinti: al promontorio Iapigio, o Salentino, e all’Athenáion, ribattezzato in seguito ‘Porto di Afrodite’ nella rada a mare. Quest’ultimo è anche il punto di approdo della flotta di Enea per Virgilio (T2). Va ricordato che anche un luogo di Strabone (6, 3, 5), che non menziona Enea, conosce due località che vanno forse identificate con S. Maria di Leuca e la romana Castrum Minervae, probabilmente l’odierna località di Castro, prossima a Otranto, dove esisteva un antico approdo [cfr. infra Idomeneo]. Pertanto, se al ‘Porto di Venere’ è attestato un culto di Afrodite, e se ivi è presente anche Enea, è ipotizzabile un culto di Afrodite Ainéias (“Afrodite di Enea”, in quanto madre di Enea) per la connessione tra la leggenda di Enea ivi radicata e la cultualità della dea. E’ anche vero che l’indicazione del promontorio Iapigio o Salentino non è per nulla indeterminata. Per di più, nel caso dell’approdo di Enea, sia Dionigi di Alicarnasso (T3) sia Virgilio (T2) sono espliciti: egli sarebbe giunto presso l’Athenáion vicino al ‘Porto di Afrodite’ secondo T3, e a Castrum Minervae secondo T2. Ma entrambe sono località dello stesso promontorio, e cioè il monte, sede del tempio di Atena, e il suo porto naturale. Nondimeno, si tratta di località accomunate dalla memoria di un culto di Atena; l’Athenáion, nel ricordo di un tempio dedicato alla dea, Castrum Minervae, nella sopravvivenza (onomastica) di un preesistente culto della dea. Si tratta, allora, di una leggenda con annesso culto di Afodite esportata nell’età dell’imperialismo ateniese (V secolo a.C.) sulla grande rotta dell’occidente; una rotta internazionale che dall’Egeo toccava Otranto e i porti limitrofi, tra cui Castrum Minervae e il sito costiero corrispondente all’Athenáion con il porto di Afrodite. T4 costituisce una preziosa conferma della presenza della leggenda troiana in Illiria meridionale. Ad Apollonia, la leggenda di Enea potrebbe riconnettersi alla presenza del culto di Afrodite, sua madre, nella stessa città [cfr. supra Afrodite]. Testimonianze riguardanti Enea non sono assenti nemmeno nell’area immediatamente più a sud di Apollonia: basti pensare che poco dopo Butroto, probabilmente a Onchesmos (attuale Saranda albanese), la tradizione confluita in Dionigi di Alicarnasso (51, 128) colloca un “porto di Anchise” da dove Enea e il suo equipaggio avrebbero intrapreso la traversata del canale di Otranto (lo Iónios póros). Qui, riferisce Dionigi, il troiano sarebbe morto sparendo alla vista degli uomini. E’ dunque ipotizzabile che dall’Epiro, i portatori della memoria di Anchise in un sito, come Onchesmos, posto perfettamente di fronte a Corcira, identificassero questo approdo portuale anche come punto di partenza per la navigazione diretta in Italia.

cfr : http://adriaskolpos.comune.rimini.it/binary/rimini_barca/Profiliericerche/Rossignoli_documento_unico.1215602481.pdf


Mentre da “Elvino Politi – L’archetipo femminile di Athena e Afrodite nei rinvenimenti messapici di Campi Salentina”  cfr : https://www.academia.edu/1472949/Larchetipo_femminile_di_Athena_e_Afrodite_nei_rinvenimenti_messapici_di_Campi_Salentina

Nelle religioni mediterranee l’archetipo del femminile è rappresentato da Minerva-Atena e da Venere-Afrodite, simboleggianti la Saggezza e la Bellezza. Atena per i Greci, Minerva per i Romani è considerata dea della Sapienza, delle Scienze e delle Arti, ma anche della guerra intesa in modo diverso dalla nostra accezione moderna. E’ una dea guerriera che combatte la forza bruta e impulsiva, rappresentata da Marte-Ares, per proteggere, con le competenze che le sono state assegnate, i mortali a lei devoti dai loro avversi destini o per sconfiggere i loro avversari. Simbolo dell’intelligenza e come tale non disgiunta dallo spirito di iniziativa e dal coraggio, essa è contemporaneamente “protettrice delle città, amministratrice della giustizia, ispiratrice del pensiero filosofico, fautrice del lavoro operoso (fu lei a presiedere i lavori per la costruzione dell’Argo, la più grande nave dell’antichità), e delle attività femminili connesse alla filatura, alla tessitura e alricamo” (Ginette Paris, La grazia pagana, Moretti e Vitali Ed., Bergamo, 2002), sostituendosi ad Aracne che trasformò in ragno perché osò sfidarla. La combattività di Atena non essendo rivolta contro il mondo maschile assicura alla donna un posto di primo piano nel mondo degli uomini ed è a sua volta essenziale per la partecipazione delle donne al potere” (op. cit. G.Paris). L’altro simbolo archetipale del femminile posto è rappresentato da Venere-Afrodite, dea della Bellezza e dell’Amore, ma con un’accezione diversa da come vengono modernamente considerati i due attributi. Il culto di Venere ha poco a che fare con i canoni di bellezza così come li concepisce la nostra cultura dell’immagine. La bellezza afroditica è approssimabile più a uno stato di grazia, in cui si fondono fascino e audacia, che a una adesione a un canone stabilito” (Ginette Paris, La rinascita di Afrodite, Moretti e Vitali Ed., Bergamo, 1997). La sessualità afroditica va letta come arte di amare e come esperienza estatica riferibile ad un percorso di conoscenza interiore di sé e dell’altro che il “desiderio ci pone accanto”, in perfetto allineamento con la civiltà matriarcale che considerava l’amplesso un rito sacrificale di donazione di sé, una forma di preghiera, come attestato dalla prostituzione sacra di cui rimangono testimonianze a Pirgi. Nell’antica Neapolis, secondo gli studi di W. Schubert (1897 – 1940), in una grotta misterica vicina al Tempio di Priapo di Lampsacosi favorivano gli accoppiamenti in promiscuità e totalmente al buio per soggettivare l’atto del dono. .Come Minerva anche Venere era vergine prima che il mito di Eros, gerarchizzando la relazione uomo-donna, la trasformasse in sposa di Efeso, lo storpio che compensava la sua bellezza con i più bei gioielli di tutto l’Olimpo. A quei tempi il significato di vergine non si riferiva a colei che non conosce uomo, ma a colei che appartiene a sé stessa “nel senso di inafferrabilità” (J. Evola, Metafisica del sesso, Ed. Mediterranee, Roma, 1988) Indicava, cioè, il principio materno. L’ultima Virgo Mater che dominò la civiltà antica del vicino oriente fu Lilith, la personificazione della Luna Nuova che genera sé stessa (Roberto Secuteri, Astrologia e Mito, Ed.Astrolabio, Roma,1978) In seguito tutte le vergini madri di tipo pagano demetriaco e quelle asiatiche, molte delle quali raffigurate con il volto nero, furono fuse dal Cristianesimo in un unico personaggio: la Madonna, anche in versione di Madonna nera, o di Vergine Allattante. Proprio come riportato sull’affresco della chiesa della Madonna dell’Alto. Col culto di Athena e di Afrodite i Messapi ci hanno tramandato il loro legame tra le genti che popolavano il Mediterraneo. Che attraverso lo studio della loro storia possiamo noi riscoprire pienamente le radici della nostra cultura per conoscere il grande patrimonio che unisce le sponde del Mare Nostro, molto più importante e cospicuo di ciò che le divide.


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AsimovSe la conoscenza può creare dei problemi,
non è con l’ignoranza che possiamo risolverli
(Isaac Asimov)

 

 

 

 

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