A Parma il più antico manoscritto della lingua salentina del 1072 con caratteri ebraici

a cura di Giovanni Greco, Danilo Dumas, Emanuela Rizzo

Del 1072 il più antico manoscritto delle prime tracce del dialetto salentino, con caratteri ebraici.

Per la realizzazione di questo articolo BelSalento ringrazia l’eccellente contributo e l’intuito provvidenziale di Danilo Dumas con la collaborazione di Emanuela Rizzo; e Giovanni Greco per la composizione delle ricerche” -Fra le pagine del manoscritto è stato trovato un * foglietto contenente la seguente indicazione:Probabilmente è il più antico manoscritto completo esistente della Mishnà (o Mišnah), talora indicato come “Manoscritto Parma A” di quest’opera.  Copiato con caratteristiche ortografiche palestinesi in Otranto nel 1072 – 1073, in scrittura quadrata italiana, con glosse salentine di mano dello scriba principale. Appartenne a Mosheh ben Beniamin Finzi, ed era rilegato insieme al manoscritto Vaticano ebraico 31 contenente il Sifra.
B.P., Parm. 3173 (De Rossi 138, Richler 710).

Qui il foglietto * Per i riferimenti alla scrittura ebraica viene data ampia analisi nella ricerca di M. Maggiore sottostante in fondo a questa pagina. Il manoscritto è conservato nel Palazzo della Pilotta nella Biblioteca Palatina di Parma, fondata nel 1761 da Filippo di Borbone e aperta al pubblico nel 1769. Dotata in origine di 40.000 volumi, fu ampliata attraverso donazioni e acquisti, tra i quali il Fondo Orientale De Rossi, la Biblioteca privata dei Duchi di Borbone-Parma, la Raccolta di stampe Ortalli. Il palazzo della Pilotta aveva già ospitato la Biblioteca Farnesiana, spostata a Napoli da Carlo III nel 1734. Sotto il governo di Maria Luigia la biblioteca crebbe: la duchessa, tramite il bibliotecario Angelo Pezzana, acquistò e poi donò alla biblioteca la collezione di Gian Bernardo De Rossi, costituita in gran parte da preziosissimi antichi volumi ebraici, e fece realizzare nel 1834 da Nicola Bettoli una nuova ala nella parte sud del palazzo, il Salone Maria Luigia, ora adibito a sala di lettura.

Si trovano nel codice ebraico di Parma le più antiche tracce della lingua salentina a noi conosciute.  Risalgono al 1072 e qui di seguito ecco alcuni dettagli di quel manoscritto, che è fra i più importanti e anche meno conosciuti della storia (in parte dimenticata) del nostro bel Salento. Il manoscritto contiene 154 glosse dell’XI secolo scritte con caratteri ebraici, provenie dall’accademia talmudica di Otranto ed è datatabile intorno al 1072 (cfr: L. Cuomo, Antichissime glosse salentine nel codice ebraico di Parma, De Rossi 138, «Medioevo Romanzo» IV (1977), pp. 185-271)

Il salentino usato in queste glosse fa riferimento alle consuetudini agricole, ed è scritto in un misto fra latino e volgare, con parecchi messapicismi rilevabili dai nomi di alcune piante come ad esempio nelle citazioni : “lenticla nigracucuzza rutunda, cucuzza longa … tricurgu, scirococcu”. Altre glosse specificano le diverse operazioni che si possono fare nella coltivazione (pulìgane: “tagliano le sporgenze dell’albero”; sepàrane: “staccano le foglie secche”; assuptìgliane: “coprono di terra fine le radici che si sono scoperte”) (cfr: Luisa Ferretti Cuomo, Sintagmi e frasi ibride volgare-ebraico nelle glosse alachiche dei secoli XI-XII, pp. 321-334 in Lingua, Cultura E Intercultura: l’italiano e le altre lingue; atti del VIII convegno SILFI, Società internazionale di linguistica e filologia italiana (Copenaghen, 22-26 giugno 2004), a cura di Iørn Korzen, Copenaghen: Samfundslitteratur, 2005)

Il Salento è ricco di storia poichè è stata una terra popolata sin dai tempi del neolitico. Pertanto il dialetto salentino è densissimo di svariate influenze lessicali, tutte riconducibili alle dominazioni e ai popoli che si sono stabiliti in questi territori nel corso dei secoli. Dai messapi ai greci, romani, bizantini, longobardi, normanni, albanesi, francesi, spagnoli, arabi … questa ricchezza è rimasta soprattutto in alcune locuzioni dialettali. Di tutti i domini abbiamo soprattutto testimonianze a livello lessicale e nell’onomastica e che si incentrano nella cultura greca. L’area della cosidetta “Grecìa Salentina” esisteva già quando giunsero i filocattolici Normanni nel 1068; i quali conquistarono Otranto cacciando i bizantini. Ma nel Salento i Normanni trovarono un ambiente sostanzialmente di cultura greca. La “Grecìa Salentina” (che oggi comprende 9 paesi) ancora sino al 1700 invece, comprendeva oltre quaranta paesi che parlavano in grico antico. Ecco come alcune parole sono tuttora chiaramente riferibili alla lingua greca, o quanto meno riconducibili al periodo della Magna Grecia, come anche alla successiva dominazione bizantina. Ad esempio la parola “melagrana”, che in dialetto salentino si dice “sita”, è un termine molto simile al greco antico “sida”, più che al moderno “ρόδι” [rodi], a cui invece si avvicina il griko “rudi”.

Probabili influenze messapiche nel dialetto salentino sono riscontrabili nella Sintassi e nella Onomastica

A livello sintattico, il salentino è caratterizzato da alcuni esiti in cui il Rohlfs (1969) individua un’influenza messapica. Fra questi, l’infinito dipendente solo dal verbo “potere” (pozzu scire “posso andare”), ma sostituito negli altri casi da altri costrutti (m’ha dittu cu bbau “mi ha detto di andare”, senza cu mminti “senza mettere”). Inoltre, importante è anche la distinzione di due congiunzioni che introducono una subordinata: si utilizza cu se si tratta del verbo “volere” (oju cu bbau “voglio andare”) o se introduce una preposizione volitiva (pensa cu bbai “vedi di andare)”; altrimenti, si utilizza ca (pensu ca egnu “penso che verrò”) (…) Sempre di influenza messapica è il periodo ipotetico costruito con l’indicativo imperfetto. Un esempio può essere dato dalla frase “se avessi fame, mangerei”, che viene resa con či tinìa fame, manğava (…) Altra caratteristica di provenienza messapica è la tendenza a inserire il verbo in posizione finale di frase: “ecco, è il dottore!” in salentino diventa na’, lu tuttore ete!. I tempi progressivi vengono poi costruiti utilizzando l’indicativo al posto del gerundio (sta bbae “sta andando”, sta ššìa “stava andando”) (…) Il messapico, lingua volgare parlata solo nelle zone rustiche, entra a far parte della vita urbana, affiancando così il latino (lingua ufficiale) e influenzandolo a livello fonetico, lessicale e morfosintattico. Tale processo di radicamento linguistico prosegue con l’avvento dell’Impero Bizantino, a partire dal sec. VI. Nascono così il salentino romanzo e il salentino messapico-bizantino, frutto di prestiti reciproci dei loro antecedenti (latino e messapico) e dirette derivazioni dell’attuale lingua.

cfr : https://it.m.wikipedia.org/wiki/Dialetto_salentino#cite_ref-9
cfr : http://www.glossagrika.it/glossagrika/dynfix10/inc/fichier_normal_deux_langues.inc.php?++langueD=IT&dossier=linguistica&++fichier=001_rohlfs01


Ecco le 154 glosse dell’XI secolo scritte con caratteri ebraici

Qui di seguito alcuni estratti dai “Manoscritti medievali salentinia cura di Marco Maggiore “Istituto CNR Opera del Vocabolario Italiano (Firenze)”, dottore di ricerca in «Linguistica storica e storia linguistica italiana» presso l’Università Sapienza di Roma.
cfr : http://www.academia.edu/17054033/Manoscritti_medievali_salentini
da cui apprendiamo che :

Introduzione
 Nel passare sinteticamente in rassegna le tradizioni manoscritte medievali del Salento in quanto espressione delle molteplici lingue e culture del territorio, è necessario partire da alcune considerazioni di fondo che chiamano in causa aspetti peculiari della storia regionale. Il primo elemento di specificità è legato alla presenza, in un arco di tempo che supera i confini cronologici del Medio Evo, di scritture redatte in alfabeti diversi da quello latino, segnatamente in caratteri israelitici e greci. La presenza dei primi è legata alle vicende storiche della comunità ebraica salentina (Per questo tema si rinvia direttamente al contributo di FABRIZIO LELLI nel presente volume), mentre la ricchezza dei secondi chiama direttamente in causa la durevole vitalità dell’esperienza culturale italo-greca di Terra d’Otranto, che pervenne anche a esprimere personalità letterarie di  primissimo piano come quella di Nettario di Casole, poeta bizantino vissuto a Otranto tra il XII e il XIII secolo; essa è peraltro certamente da mettere in relazione con la sopravvivenza fino ai giorni nostri dell’enclave dialettale grecanica a sud di Otranto, relitto di un’area grecofona un tempo verosimilmente più vasta (Si vedano in proposito i capitoli di ANGELIKI DOURI e DARIO DE SANTIS e di EKATERINA GOLOVKO (cfr. le carte nel contributo di ANTONIO ROMANO) nel presente volume). (…) Un’altra caratteristica della produzione manoscritta salentina (greca, latina, ebraica) richiama una constatazione di fatto: in séguito a varie circostanze storiche, poco o nulla di tale produzione è rimasto sul territorio. Ben prima della distruzione della biblioteca di Casole durante l’invasione turca del 1480, i manoscritti greci prodotti nel monastero otrantino furono soggetti a successive espropriazioni, e si trovano oggi sparsi in numerose biblioteche italiane e straniere (…) Un tale stato di dispersione libraria ha certamente contribuito all’oblio delle relative tradizioni manoscritte, determinando lacune nella storia linguistica regionale. Gli studi dell’ultimo quarantennio hanno tuttavia consentito significativi progressi: se già le ricerche di M. Treves e di L. Cuomo avevano acquisito alla conoscenza degli italianisti le antiche tracce in alfabeto ebraico (§ 2), successive indagini di A. Jacob, R. Distilo e (in tempi più recenti) D. Arnesano hanno portato alla luce numerose testimonianze volgari (romanze) in manoscritti greci salentini, che vanno ad aggiungersi a quelle già studiate da O. Parlangèli. Sul versante dei testi in grafia latina, un apporto significativo è venuto dagli studi di R. Coluccia e collaboratori, la cui attività ha prodotto anche uno strumento digitale dedicato alla tradizione manoscritta pugliese,
l’Archivio digitale degli antichi manoscritti della Puglia (d’ora in avanti ADAMaP), consultabile in rete e su supporto informatico (COLUCCIA, A. MONTINARO (a cura di), Archivio Digitale degli Antichi Manoscritti della Puglia. Censimento e ricostituzione virtuale della biblioteca, Lecce-Rovato, Pensa Multimedia, 2012; cfr. il contributo di ANTONIO MONTINARO nel presente volume; v. anche su internet
all’indirizzo http://www.adamap.it/STUDI/CONSULTAZIONE/ConsultazioneStudi.aspx). Allo stesso gruppo di studio si devono anche nuove edizioni critiche, come quella della Grammatica di Nicola de Aymo a cura di R.A. Greco (R.A. GRECO (a cura di), La grammatica latino-volgare di Nicola de Aymo (Lecce, 1444): un dono per Maria d’Enghien, Galatina, Congedo, 2008) e quella del Librecto di pestilencia curata da V.L. Castrignanò (per i due testi, vedi infra § 4) (V. L. CASTRIGNANÒ, Il Librecto di pestilencia di Nicolò di Ingegne (1448), «cavaliero et medico» di Giovanni Antonio Orsini del Balzo, Roma, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo – Centro di Studi Orsiniani, 2014), cui si aggiungerà a breve l’edizione corredata da uno studio linguistico dello Scripto sopra Theseu re, commento salentino al Teseida di Boccaccio (§ 5) (L’edizione del testo è già disponibile nella tesi di dottorato M. MAGGIORE, Un commento al Teseida di Boccaccio di provenienza salentina (II metà del XV secolo), tutori L. Serianni, R.A. Greco, “Sapienza” Università di Roma, 2013; la pubblicazione di un volume per le cure di chi scrive è prevista per il 2015/2016 nella collezione «Beihefte zur Zeitschrift für romanische Philologie» diretta da W. Schweickard per la casa editrice De Gruyter (Berlino)). Tali iniziative editoriali hanno consentito un significativo aumento delle conoscenze sulla storia linguistica medievale della subregione (…)
2. Codici ebraici e greci
Solo pochi cenni essenziali dedicheremo alle tradizioni allografe del Salento medievale. Le più antiche attestazioni di voci in volgare salentino ricorrono, addirittura già nel X secolo (in anni cioè non lontani da quelli dei famosi Placiti campani), nell’opera di Shabbetay Donnolo, medico ebreo nato a Oria verso il 913 e vissuto nell’Italia meridionale bizantina (con un probabile lungo soggiorno a Otranto), morto dopo il 982. Nel suo trattato di farmacologia, conservato da codici di epoca posteriore (Il più antico è il ms. FIRENZE, BIBLIOTECA MEDICEA LAURENZIANA (= FBML) plut. LXXXVIII, 37, del XIV secolo, utilizzato per la sua edizione parziale del testo da M. STEINSCHNEIDER, Donnolo. Pharmakologische Fragmente aus dem zehnten Jahrhundert, in «Archiv für pathologische Anatomie», 38-42, 1867-1868), egli si serve di denominazioni botaniche attinte al greco, al latino e anche al volgare italoromanzo, anche se per la maggior parte di queste voci è oggettivamente ardua l’attribuzione all’una o all’altra delle varietà in gioco. Oltre ad alcuni toponimi rinvianti a località meridionali come Oria, Otranto e Rossano Calabro, si ricorderà tra le voci “romanze” almeno QWQWMRYNA (secondo la traslitterazione di M. Treves), termine indicante il cocomero asinino (Echallium elaterium) che «a Lecce ancor oggi […] si chiama cocomerina» (M. TREVES, I termini italiani di Donnolo e Asaf (sec. X), in «Lingua nostra», 22, 1961, pp. 64-66 (a p. 66)). Più interessanti sul piano linguistico le 154 glosse salentine rinvenute in un codice della Mišnah dell’ultimo quarto del sec. XI, il manoscritto ebraico De Rossi 138 della Biblioteca Palatina di Parma, alle quali L. Cuomo ha dedicato un importante articolo (L. CUOMO, Antichissime glosse salentine nel codice ebraico di Parma, De Rossi, 138, in «Medioevo Romanzo», 4, 1977, pp. 185-271. Nell’esemplificazione che segue si offre direttamente la traslitterazione dell’autrice, rinviando per i dettagli al saggio, in particolare all’edizione delle glosse (pp. 228-271)). Si tratta di brevi scritture, quasi tutte annotazioni lessicali ancora una volta di carattere botanico come lentik(k)la nigra 9, meluni rutundi 13, iśkarole salβateke 15, kukuzza lunga 17 (Così l’autrice rende la sequenza traslitterata qwqwç’ lwng’, cfr. CUOMO, Antichissime glosse…, cit., p. 233; tuttavia ci sembra più probabile che il W ebraico sia da associare in questo caso a un grado vocalico /’ɔ/ (longa), una realizzazione [‘luŋga] essendo inattesa in area salentina, particolarmente a questa altezza cronologica) e molte altre; tra i lessemi si rinvengono però anche voci verbali, che danno luogo a brevissime frasi come frikane forte ‘si sfregano vigorosamente’ 123.
Nel complesso questa documentazione testimonia la ricchezza e la vivacità delle comunità giudaiche locali e il forte legame di alcuni loro esponenti con gli ambienti di cultura greca e latina del territorio.
Nella Terra d’Otranto medievale è soprattutto la cultura bizantina a conoscere un rigoglioso sviluppo, in particolare tra i secoli XIII-XIV, allorché si assiste a una notevole fioritura della produzione libraria (Cfr. A. JACOB, Culture grecque et manuscrits en Terre d’Otrante, in Atti del III congresso internazionale di studi salentini e del I congresso storico di Terra d’Otranto (Lecce, 22-25 ottobre 1976), Lecce, Centro Studi Salentini, pp. 51-77 (a p. 54); D. ARNESANO, La minuscola «barocca». Scritture e libri in Terra d’Otranto nei secoli XIII e XIV, Galatina, Congedo, 2008, p. 10). Si segnala in questi secoli la fervida attività di un centro di irradiazione come il monastero di San Nicola di Càsole, presso Otranto, ove si giunse fino all’instaurazione di «una vera e propria attività di prestito librario» (M. APRILE, R. COLUCCIA, F. FANCIULLO, R. GUALDO, La Puglia, in M. CORTELAZZO et al. (a cura di), I dialetti italiani: storia, struttura, uso, Torino, U.T.E.T., 2002, pp. 679-756 (a p. 695)), ma il greco si scrive e si legge anche in vari contesti di natura scolastica, fino all’ambiente “domestico” «delle dinastie di preti secolari, residenti nei villaggi dell’entroterra, i quali tramandavano di padre in figlio la spiritualità orientale e la cultura greca». Sono centinaia i codici greci di provenienza salentina identificati, numerosi dei quali si connotano anche per una peculiare grafia, la minuscola barocca otrantina cui ha recentemente dedicato una monografia D. Arnesano (Cfr. ARNESANO, La minuscola «barocca», cit. (da p. 14 derivano le citazioni precedenti). Nell’alveo di questa cospicua attività scrittoria, gli studi dell’ultimo settantennio hanno messo in luce la presenza di numerose testimonianze del volgare romanzo locale, registrate in alfabeto greco soprattutto a partire dai primi decenni del Trecento (Cfr. R. DISTILO, Apulien und Salento. b) Salento, in Lexicon der romanistischen Linguistik, a cura di G. HOLTUS, M. METZELTIN, C. SCHMITT, 8 voll., Tübingen, Max Niemeyer Verlag, 1988- 2011, vol. II,2, pp. 220-227. I dati sui manoscritti e sui testi citati di seguito (ivi incluse le sequenze in caratteri greci) derivano dalle utili schede riassuntive curate da F. Giannachi in ADAMaP.).
Si tratta in molti casi di scritture avventizie, glosse esplicative e marginalia annotati sui codici da scriventi che si servivano del greco come lingua di cultura, ma parlavano abitualmente i dialetti provenienti dal latino. Non mancano peraltro testi di una certa estensione e di notevole importanza
culturale.
Il codice FBML plut. 57 36 è un palinsesto pergamenaceo, composto tra la fine del Due e gli inizi del Trecento, che raccoglie vari testi di argomento grammaticale, segno che fu probabilmente utilizzato in una delle scuole di greco attive in Terra d’Otranto. Oltre ad alcune brevi glosse romanze, esso ci trasmette due antichi componimenti in volgare altrimenti ignoti, uno dei quali, trascritto sul verso di c. 104, appartiene al genere della «canzone di malamata» (incipit: ββελλου μεσσερε ασσαι δουρμιστι), mentre dell’altro, leggibile a c. 17 (αμουρι αμουρι δ’αμουρι λα μια μουρτι σε αλτρου ομου), ci è conservato per una circostanza eccezionale il nome dell’autore, un non meglio noto Nicola Dettore menzionato nell’explicit (σε αππελλα νικολα δεττορε λου δεττορε). I due brevi testi, segnalati per la prima volta da D. Arnesano  (In D. ARNESANO, D. BALDI, Il palinsesto Laur. Plut. 57.36. Una nota storica sull’assedio di Gallipoli e nuove testimonianze dialettali italo-meridionali, in «Rivista di Studi Bizantini e Neoellenici», 41, 2004, pp. 113-139) e più di recente studiati da A. De Angelis (A. DE ANGELIS, Due canti d’amore in grafia greca dal Salento medievale e alcune glosse greco-romanze, in «Cultura Neolatina», 70 (2010), pp. 371-413), rappresentano una preziosissima traccia di tradizioni liriche diffuse nel Mezzogiorno e indipendenti dalla meglio nota direttrice che a partire dalla fine del Duecento si concretizzò nell’allestimento dei grandi canzonieri latori della lirica delle Origini (Per un inquadramento generale del problema, cfr. R. COLUCCIA, Introduzione, in ID. (a cura di), I poeti della Scuola siciliana. III. Poeti Siculo-Toscani, Milano, Mondadori, 2008, pp. V-CII). Riconduce allo stesso periodo, ma a un contesto di tipo più strettamente scolastico, il carme λ’αουκα λα πεννα ντενδεσε conservato a c. 51r nel ms. greco 1276 della BIBLIOTECA APOSTOLICA VATICANA (= CVBAV): il breve componimento in alessandrini che esorta allo studio letterario e all’apprendimento dell’arte della scrittura è riconducibile all’area salentina settentrionale secondo R. Distilo, che ha studiato il testo insieme a una lauda alla Vergine (ω βερτζενε σαντισσεμα) di analoga struttura metrico-ritmica trasmessa dal ms. Phil. Gr. 49 della BIBLIOTECA NAZIONALE AUSTRIACA di Vienna, anch’esso ricopiato tra i secc. XIII e XIV (Cfr. R. DISTILO, Scripta letteraria greco-romanza. Appunti per i nuovi testi in quartine di alessandrini, in «Cultura neolatina», 46, 1986, pp. 79-99). (…)
Sono notevoli anche le glosse in volgare che si rinvengono sui margini di vari codici di provenienza otrantina, che oltre a rendere una preziosa testimonianza dell’attività di apprendimento del greco, forniscono non di rado la prima attestazione di voci appartenenti al fondo dialettale. Tra i documenti di
questo tipo si possono ricordare almeno le antiche glosse del codice Cryptensis Z α IV (gr. 8) della BIBLIOTECA DELLA BADIA GRECA DI GROTTAFERRATA (secc. XIII ex.-XIV in.), considerate come provenienti dalla Sicilia da L. Melazzo che ne ha procurato il testo e lo studio integrale (L. MELAZZO, Le glosse volgari nel codice Criptense gr. Z α IV, in «Bollettino del centro di studi filologici e linguistici siciliani», 14, 1980, pp. 37-112), ma dichiarate salentine sulla base di considerazioni linguistiche da R. Distilo (R. DISTILO, Tradizioni greco-romanze dell’Italia meridionale, I. Appunti sulla scripta «siciliana» del codice Crypt. Γ.α. VI, II. Per le glosse del cod. Crypt. Z. α. IV, in «Cultura Neolatina», 45, 1985, pp. 171-200 (ristampato in ID., Káta latínon. Prove di filologia greco-romanza, Roma, Bulzoni, 1990, pp. 43-81). Un’ulteriore spia lessicale che riconduce queste glosse al Salento è recentemente segnalata da M. MAGGIORE, Italiano letterario e lessico meridionale nel Quattrocento salentino, in «Studi Linguistici Italiani», 29, 2013, pp. 3-27 (a pp. 22-23)), e, ormai tra la fine del XV e il pieno XVI secolo, le annotazioni lessicali all’Iliade del ms. CVBAV Ott. gr. 58 (Un’edizione parziale si trova in A. COLONNA, Glosse meridionali in un codice omerico, in «Rendiconti dell’Istituto Lombardo di Scienze e Lettere. Classe di Lettere e Scienze morali e storiche», 89, 1956, pp. 195-212.), caratterizzate tra l’altro da notevoli spie morfologiche di “otrantinità” come la terminazione -ra delle voci verbali di 6a del perfetto (ad es. συνελθεῖν : βεννιρα 1r, cfr. sal. vènnira ‘vennero’). Ma le scritture avventizie sui margini dei manoscritti greci possono riservare ulteriori sorprese: un esempio notevole sono le sparute glosse bilingui in inglese e in volgare romanzo, risalenti forse al Trecento, che si leggono sulle cc. 122v e 123r del ms. CVBAV Gr. 14 (ad es. κάρνε: φλές; πίσσε: φίσχ, ecc.) (Segnalate da ARNESANO, BALDI, Il palinsesto Laur. Plut. 57.36, cit., pp. 130-131, n. 78; inoltre cfr. M. MAGGIORE, Volgare italoromanzo, greco e inglese in un codice medievale salentino, in corso di stampa negli atti del XLVI Congresso Internazionale della Società di Linguistica Italiana (Università per Stranieri di Siena, 27-29 settembre 2012) [testo consegnato nel 2012]; C. SCARPINO, Le glosse italo-inglesi del ms. Vat. Gr. 14, in «Studi linguistici italiani», 29, 2013 (ma 2014), pp. 153-197): si tratta con ogni probabilità della più antica documentazione nota della lingua inglese in territorio italiano. Un altro caso significativo si verifica a c. 1r del ms. CVBAV Ott. gr. 154, dove una mano diversa da quella che ha copiato il codice, e risalente al più tardi alla prima metà del sec. XVI, ha vergato il distico iniziale del sonetto CII del Canzoniere di Petrarca: Tξεσαρου πόη κε λ τραδιτούρ δε αξυττου / κυ φετξε ιλ δον δε λα ουνορατα τεστα (Si segue la trascrizione di R. COLUCCIA, Manifestazioni del plurilinguismo e affermazione dell’italiano nella regione galatinese, in «Medioevo Romanzo», 17, 1992, pp. 251-270 (a pp. 259-260). Così l’originale petrarchesco: «Cesare, poi che ’l traditor d’Egitto / li fece il don de l’onorata testa»). Il fatto dimostra che neanche le genti ellenizzate di Terra d’Otranto tra Quattro e Cinquecento erano insensibili al fascino della letteratura toscana, il cui successo è attestato dai coevi manoscritti in grafia latina (vedi § 5).

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AsimovSe la conoscenza può creare dei problemi,
non è con l’ignoranza che possiamo risolverli
(Isaac Asimov)

 

 

 

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