1862, un anno di PULIZIA ETNICA

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Di Antonio Pagano

Alla fine dell’anno 1861, la statistica, fatta dagli occupanti piemontesi, indicò che nel solo secondo semestre vi erano stati 733 fucilati, 1.093 uccisi in combattimento e 4.096 fra arrestati e costituiti. Le cifre fornite, tuttavia, furono molto al disotto del vero, in quanto non comprendevano quelle delle zone della Capitanata, di Caserta, del Molise e di Benevento, dove comandava il notissimo assassino Pinelli.
GIUGNO
In giugno i patrioti non diedero tregua ai piemontesi. Il giorno 2, il 44° fanteria fu attaccato al confine tra Abruzzi e Terra del Lavoro, perdendovi cinque uomini.
Il 7 giugno Chiavone invase Pescosolido, dove fece rifornimenti per il suo raggruppamento. Ad Acqua Partuta, nel beneventano, il 14 giugno, i patrioti uccisero 11 guardie nazionali e 4 carabinieri che li avevano assaliti. Numerosi patrioti di Guardiagrele attaccarono Gamberale, ma furono respinti da reparti del 42° fanteria.
Il giorno 15, la legione ungherese, in un drammatico ed imprevisto scontro, distrusse nel bosco di Montemilone una banda partigiana di 27 uomini. Presso Ginestra la banda Tortora in uno scontro con gli stessi ungheresi perse 13 uomini.
Poi, il giorno dopo, alla masseria La Croce la 4ª compagnia del 33° bersaglieri fu assalita da Crocco e da Coppa, subendo molte perdite. A S. Marco in Lamis fu catturato il capo patriota Angelo Maria del Sambro e quattro suoi compagni, tra cui il dottor Nicola Perifano, già chirurgo del 3° Dragoni napoletano, piú volte decorato.
Furono tutti immediatamente fucilati.
Numerosi furono gli scontri contro i piemontesi, particolarmente tra il 61° ed il 62°, e i patrioti che presidiavano i boschi di Monticchio, di Lagopesole e di S. Cataldo. Il 17 giugno Chiavone, dopo essersi riunito con i patrioti abruzzesi di Luca Pastore e di Nunzio Tamburini sull’altopiano delle Cinque Miglia, invase Pietransieri e attaccò Castel di Sangro, dove però fu respinto.
Rientrato nel territorio pontificio, tuttavia, il Tristany il 28 giugno lo fece arrestare e processare da un consiglio di guerra, che lo condannò a morte per rapina e omicidio.
La fucilazione di Chiavone volle essere anche un esempio per far attenere i patrioti alle direttive impartite dal Comitato Borbonico.
Tutta la penisola sorrentina intanto veniva continuamente rastrellata da numerosi reparti piemontesi, ma senza alcun esito. A Torre del Greco il 7° fanteria, rinforzato da colonne mobili della guardia nazionale, riuscí a circondare sulle alture della cittadina il gruppo di combattimento di Pilone.
Dopo un furioso combattimento, il grosso dei patrioti di Pilone, riuscí a sganciarsi, ma con numerose perdite e molti prigionieri, che il giorno dopo furono fucilati dai piemontesi.
Dopo qualche giorno Pilone attaccò temerariamente in località Passanti una colonna di truppe piemontesi, liberando anche alcuni prigionieri che stavano per essere fucilati.
Garibaldi, nel frattempo, che era comparso nuovamente in Sicilia il 20 maggio per fomentare una rivolta diretta alla conquista di Roma, si recò il 29 giugno a Palermo, dov’erano in visita i principi Umberto e Amedeo.
Il giorno dopo, al Teatro «Garibaldi», pronunciò uno sconclusionato discorso, affermando che se fosse stato necessario avrebbe fatto un altro Vespro Siciliano. All’indomani si recò alla Ficuzza per arruolare volontari da impiegare per la conquista di Roma e di Venezia.
La Capitanata, il Gargano e la Terra di Bari erano in concreto nelle mani dei patrioti. Lo stillicidio delle continue perdite subite in luglio dai piemontesi indusse il governo piemontese a sostituire il comandante della zona, generale Seismit-Doda, con il generale massone Gustavo Mazé de la Roche.
Costui, per tagliare i rifornimenti ai gruppi patrioti, fece incendiare i pagliai, murare le porte e finestre delle masserie e arrestare tutte le persone che circolavano fuori degli abitati.
La reazione dei patrioti fu immediata con la rapida invasione di grossi paesi, come Torremaggiore, con la razzia di molte mandrie, con l’incendio di masserie dei traditori collaborazionisti e con ripetuti attacchi, nei pressi di S. Severo, ai cantieri della ferrovia Pescara-Foggia allora in costruzione.
Il 30 giugno 1862 il generale Tristany, per dare un esempio, fece fucilare due capi patrioti, Antonio Teti e Giuseppe de Siati, che, quali armati per la lotta di liberazione delle Due Sicilie, avevano commesso illegittimamente alcuni furti durante azioni di guerriglia.
Il Tristany aveva voluto, con quest’episodio, dare carattere esclusivamente militare alle azioni guerrigliere dirette soprattutto contro le pattuglie piemontesi in perlustrazione nelle campagne.
Lo stesso giorno la banda dei patrioti comandata dai fratelli Ribera partí da Malta e sbarcò a Pantelleria, allo scopo di liberare l’isola dai piemontesi e per ripristinare il governo borbonico.
Con l’aiuto di tutta la popolazione, i patrioti compirono numerose azioni contro i traditori collaborazionisti e le guardie nazionali che prevaricavano sulla gente.

di Antonio Pagano


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